14/10/2026
Sul caso CSEN - CASTELLANO
Qualche premessa.
Sono 24 anni che vivo nel mondo dei cani, 16 che gestisco un centro cinofilo e organizzo corsi di formazione, e 16 che lo faccio nel CSEN.
Ho portato corsi e progetti CSEN a essere patrocinati dalla Regione Veneto e dall’Università di Udine. Ancora oggi, nel parcheggio sotterraneo dell’ex Centro Commerciale Auchan, oggi Porte di Mestre, c’è un’area segnalata dai cartelloni come riservata a chi ha i cani in auto, con il logo del PCR CSEN e il patrocinio della Regione Veneto.
Conosco e combatto le ideologie e gli estremismi di questo settore, le fazioni, le assurde guerre su collari e pettorine: da una parte mi hanno dato del coercitivo perché i miei cani indossavano collari a catena, dall'altra del gentilista perché li usavo esclusivamente bloccati e non a strangolo.
Conosco abbastanza la cinofilia da sapere che ci sono stati, ci sono e ci saranno tanti “Tommaso Castellano”, e anche peggio, affiliati al CSEN: gente che nei corsi insegna che il collare a strangolo va messo alto sul collo per ottenere il massimo effetto con il minimo sforzo, che i cuccioli non devono socializzare altrimenti preferiranno i cani al proprietario, che il seduto non si insegna con il bocconcino ma impiccando il cane.
È quello che Castellano ha fatto vedere, vantandosi anche del poco tempo impiegato. In quel video il rinforzo negativo è stato “lieve”, perché il cane era "facile"; ma se quella è la sua tecnica di base con un cane qualunque, con un cane difficile cosa fa? E qui vale la pena ricordarlo: ottenere una postura non significa insegnare una competenza.
Possiamo pensare che controllare tutti sia impossibile, che i vertici dell’ente non conoscano certi personaggi o che manchino le prove sui metodi. Nel caso di Castellano nessuna di queste giustificazioni regge. La sua incapacità di distinguere un cane rilassato da un cane inibito è sotto gli occhi di tutti, così come la sua violenza verbale. Accoglierlo nel CSEN è stato un atto incomprensibile, inaccettabile, e credo un errore che l'ente sta già iniziando a pagare.
Detto questo, vorrei esporre la mia opinione sul comunicato che il CSEN ha rilasciato ieri dopo la pioggia di critiche.
1. Riconoscere gli “eccessi della comunicazione” non è riconoscere le pratiche.
CSEN scrive che Castellano è pronto a riconoscere gli «eccessi della sua comunicazione». Bene. Ma aver comunicato male e aver usato pratiche inappropriate sono due cose diverse. Nel testo non si dice quali pratiche siano state esaminate, quali siano state ritenute incompatibili con il CSEN e quali impegni concreti siano stati presi. La disponibilità personale al dialogo è positiva, ma da un ente che riconosce percorsi formativi mi aspetterei prima di tutto queste informazioni.
2. Non usare coercizione non significa rinunciare a regole, limiti e frustrazione.
Il comunicato accosta il rifiuto dei metodi avversivi all’idea di un cane a cui non si possa mai dire di no. Esistono professionisti a dir poco troppo permissivi, e sono il primo a dirlo, ma questo accostamento non descrive chi contesta determinate pratiche. Insegnare a tollerare una frustrazione e usare dolore o intimidazione come strumenti didattici sono scelte diverse: l’utilità della prima non dimostra la necessità della seconda.
Neppure gli esempi della madre che corregge, della natura e delle sanzioni dello Stato risolvono la questione. Che esistano conseguenze spiacevoli non dice quali interventi siano opportuni nell’addestramento, con quali rischi e rispetto a quali alternative.
L’analogia fra il bambino e il killer è particolarmente debole, perché trasforma la gravità del comportamento in una licenza di escalation. Nei cani l’aggressività ha spesso una base di paura, e la letteratura dice il contrario di quello che l’analogia suggerisce: le tecniche confrontazionali provocano risposte aggressive in una quota rilevante di cani già problematici (Herron, Shofer & Reisner 2009), e i metodi avversivi si associano a più stress e a un deterioramento del rapporto con il proprietario (Schilder & van der Borg 2004; Vieira de Castro et al. 2020).
3. Il richiamo alla realtà è giusto; contrapporla alla ricerca è fuorviante.
La scienza applicata serve proprio a valutare risultati, rischi, tempi e applicabilità nel mondo reale. Non è un protocollo rigido da imporre a tutti.
Gli studi disponibili non hanno mostrato che i sistemi basati sulla coercizione non funzionino nel modificare un comportamento. Hanno mostrato che non sono più efficaci di quelli basati sul rinforzo (Cooper et al. 2014; China, Mills & Cooper 2020) e che hanno un costo sul benessere che si osserva anche fuori dal momento e dal contesto dell’addestramento: più segnali di stress e posture basse (Deldalle & Gaunet 2014), più cortisolo e un bias pessimista nei test cognitivi (Vieira de Castro et al. 2020), effetti persistenti e associazioni negative con il proprietario e con i comandi (Schilder & van der Borg 2004). La revisione di Ziv (2017) e la posizione AVSAB (2021) tirano le somme nello stesso senso.
Questo non significa che la ricerca abbia studiato ogni caso possibile, né che garantisca la soluzione di ogni aggressività. Significa che chi propone eccezioni deve sostenerle con argomenti e dati specifici. Il richiamo ai cani difficili, da solo, non basta.
4. Mettere in sicurezza è necessario, ma non dimostra la necessità di una correzione.
Il comunicato distingue correttamente fra interrompere un comportamento, insegnare un’alternativa e modificare l’emozione che lo sostiene. Poi però fa apparire il rifiuto della coercizione come un rifiuto di fermare il pericolo. Esistono la gestione dell’ambiente, le distanze, le barriere e i dispositivi di sicurezza introdotti correttamente: la gestione del rischio è parte integrante dei percorsi comportamentali, compresi quelli per aggressività.
Per questo trovo troppo categorica l’affermazione secondo cui evitare l’occasione di manifestare un problema equivalga a fallire. Una vita impoverita indefinitamente è un problema; una protezione temporanea dentro un percorso è una scelta competente. E un intervento necessario in un’emergenza non legittima automaticamente la stessa pratica come metodo abituale. La punizione, del resto, non indica al cane cosa fare al posto del comportamento soppresso, e un comportamento soppresso può ricomparire quando la punizione cessa o il contesto cambia.
5. “Guardiamo come sta il cane” è un buon principio, ma serve un criterio verificabile.
Apprezzo che il testo chieda serenità e fiducia, oltre all’obbedienza. Ma il rapido ritorno a un’apparente tranquillità, da solo, non dimostra che una correzione sia innocua. La calma apparente può essere inibizione: il proprietario, e a quanto pare anche qualche addestratore, può leggere come obbedienza quello che in realtà è blocco, paura o evitamento.
La ricerca sugli indicatori emozionali raccomanda di combinare più parametri, perché molti cambiano con l’attivazione sia nelle esperienze positive sia in quelle negative (Flint et al. 2024); si leggono configurazioni di segnali, confrontate con la linea di base di quel cane e con quello che accade prima e dopo. Ed è esattamente l’errore di lettura che si vede in molti video.
Andrebbero valutati quindi il benessere durante e dopo il percorso, la stabilità dei risultati, le ricadute, la generalizzazione in contesti e con persone diverse, e la capacità del proprietario di mantenerli da solo. Un comportamento ridotto solo in presenza del trainer non è un risultato anche se nei video fa molto spettacolo.
La frase «a parità di risultato, serenità compresa, il percorso più breve è il migliore» è ragionevole. Resta da dimostrare quella parità. E quando chi la invoca non distingue un cane inibito da un cane rilassato, e per un seduto a un cane normalissimo usa una pressione che mio figlio di sette anni evita ottenendo lo stesso risultato più in fretta con un bocconcino, ho l’impressione che la parità non ci sia.
6. Raggiungere più persone è un’opportunità, non una garanzia di qualità.
Che Castellano parli a proprietari che il CSEN non intercetta sarà anche vero, ed è un buon argomento per migliorare la comunicazione dell’ente. Non è un argomento per certificare chi quei proprietari li raggiunge con metodi discutibili: un ente di formazione mette il proprio timbro su quello che succede dentro, non sul bacino di utenza.
Il pubblico di Castellano è un’occasione per diffondere cultura cinofila o per far crescere i numeri? È brutto da dire, ma davanti a un passo falso di queste proporzioni si fa fatica a non chiederselo.
Io mi sento in dovere di prendere le distanze da questa scelta. Non voglio esporre lo stesso logo che espone un personaggio che a mio avviso ha messo in piedi un bel business ma lontano dalla buona cinofilia.
È una scelta difficile e sofferta ma l'unica coerente con la mia idea di cinofilia.
Antonio Agus