16/10/2026
Quando iniziai il mio percorso nella cinofilia più di vent'anni fa, uno dei primi "maestri" mi disse «Se do una schicchera a uno scarafaggio, quello si ferma. Ma non l'ho addestrato.»
È una frase che non ho mai dimenticato e che oggi mi torna in mente leggendo il comunicato di CSEN sul caso Tommaso Castellano.
Perché è proprio questo il punto: fermare un comportamento non significa aver risolto il problema.
Davvero qualcuno crede ancora alla storiella del cagnaccio ingestibile che, dopo cinque minuti nelle mani dell'omone iperpalestrato di turno, diventa miracolosamente un agnellino?
Qualcuno si chiede che cosa succeda a telecamere spente quando il cane torna dal proprietario?
E non dico se quel cane sia diventato felice, perché magari per qualcuno è un obiettivo secondario (non per me). Dico almeno GESTIBILE.
Perché un cane che smette di reagire davanti a qualcuno che lo intimorisce non è necessariamente un cane che ha imparato qualcosa di utile. E se il risultato dipende dalla presenza di quella persona, cosa succede quando il guinzaglio torna nelle mani del proprietario?
A me piacerebbe vedere la puntata tre mesi dopo, quando il proprietario porta a spasso il cane da solo, senza l'omone e senza le telecamere.
Non nego che esistano cani difficili, situazioni pericolose e proprietari disperati. Ma questo non significa che la coercizione sia l'unica soluzione possibile. E tanto meno che sia la migliore.
Nel comunicato CSEN si sostiene che una correzione proporzionata, comprensibile per il cane e seguita da un rapido ritorno alla serenità possa rientrare nella buona cinofilia.
Ma chi stabilisce che quella correzione sia proporzionata?
Chi verifica la serenità del cane? Nei video pubblicati da questo e da altri addestratori che utilizzano metodi analoghi, mi è capitato di osservare comportamenti che possono indicare disagio o stress: orecchie indietro, coda tra le zampe, leccate del naso, respirazione accelerata.
Possibile che nessuno si domandi che cosa stia comunicando quel cane?
E ancora di piu' chi controlla che il risultato sia duraturo, anche quando l'educatore non c'è?
Il problema, pero' oggi, non è soltanto quello che fa un singolo addestratore, ma quello che un ente sportivo sceglie di riconoscere e legittimare.
E qui arriva il mio personale mea culpa.
Già allora conoscevo Massimo Perla, almeno per fama, e avevo delle riserve sul suo modo di intendere l'addestramento.
Quando nacque l'Associazione Italiana Agility ricordo di aver preso posizione votando per un'altra candidata.
Non posso quindi dire che le mie perplessità siano nate oggi.
Eppure, quando anni dopo ho dovuto scegliere un ente al quale affiliare L'Ombra del Lupo, ho scelto CSEN, pur sapendo che Perla era una delle figure di riferimento dell'organizzazione.
L'ho fatto per ragioni pratiche, soprattutto assicurative, ma anche perché il codice deontologico di CSEN dichiarava principi nei quali mi riconoscevo.
Ho scelto di fidarmi delle regole scritte, nonostante le mie riserve su alcune figure di riferimento dell'ente. È stato un compromesso e me ne assumo la responsabilità.
Oggi quel comunicato mi fa dubitare che sia ancora un compromesso accettabile.
Non pretendo che tutti gli educatori lavorino allo stesso modo, né che un ente possa controllare ogni singolo affiliato. Ma pretendo che i principi dichiarati abbiano un significato concreto, che esistano limiti chiari e che vengano rispettati anche quando si tratta di riconoscere percorsi formativi di personaggi molto popolari.
Per questo vorrei avvisare i miei (pochi, pochissimi) tesserati ho deciso di affiliare L'Ombra del Lupo a un altro ente.
Perché fino ad oggi, almeno per me, l'affiliazione è stata soprattutto una faccenda burocratica da sbrigare ma da oggi in poi mi rendo conto che rappresenta anche una scelta di campo.
E la mia scelta di campo è sempre stata aiutare persone e cani a capirsi meglio, possibilmente senza prendere nessuno a strattoni per riuscirci.