22/08/2026
In questi giorni tutti hanno scritto di Varenne.
Ippici, animalisti, appassionati e persone che forse non saprebbero dire quante gambe o quanti occhi abbia un cavallo. E sono nate furiose discussioni: Varenne schiavo oppure atleta? Correva perché costretto o perché amava gareggiare e vincere? Era consapevole di essere un campione?
Il mondo dell'ippica lo conosco, l'ho vissuto per tanti anni e da dentro. Non rinnego il mio passato, ma oggi la mia scelta è una gestione etica degli animali, libera da sfruttamento e il più possibile rispettosa delle loro scelte.
Non mi interessa aggiungere un'altra voce allo scontro tra mondo ippico e animalismo. Vorrei spostare lo sguardo altrove.
Mi permetto di parlare di questa Leggenda dell'ippica perché la sua storia può aiutarci a riflettere su qualcosa di cui, in questi giorni di dibattito e scontri, non si è parlato, che riguarda molti altri animali e a cui, secondo me, continuiamo a non dare la giusta importanza: i legami.
Per diciassette anni, quando Varenne viveva a Vigone (TO), Annamaria Crespo è stata una presenza costante nella sua vita. Per un cavallo atleta di quella levatura, per di più intero, la cui vita era fortemente gestita e trascorsa in gran parte separato dai suoi simili, una presenza stabile come Annamaria assumeva un'importanza enorme. Le cronache dell'epoca parlavano di loro come di due esseri che vivevano “in simbiosi”.
Poi, per questioni e rivendicazioni esclusivamente umane, Varenne fu trasferito.
Ricordo che allora partecipai anch'io, sul web, alle richieste perché non venisse allontanato da Annamaria. Non perché potessi sapere cosa provasse, ma perché mi sembrava inconcepibile considerare irrilevante un legame costruito attraverso diciassette anni di quotidianità.
A farne le spese furono due esseri viventi.
Varenne arrivò a Villanterio (PV) e dovette ricostruire la propria quotidianità. Daniela Zilli divenne la sua nuova presenza umana costante e Minnie, una piccola pony, un altro riferimento importante.
Si adattò e costruì nuovi legami ma la capacità di un animale di adattarsi non rende irrilevanti i legami che noi decidiamo di recidere.
Poi, quasi trentenne, un anno fa, Varenne fu trasferito ancora, questa volta a Eboli (SA), per volontà del suo proprietario, morto purtroppo poco dopo.
Una top scuderia, pascoli, attenzioni, trattato anche qui da re... ed è proprio questo che rende interessante la domanda : quanto pesano i legami nella vita di un essere sociale, anche quando appartiene a una specie diversa dalla nostra? e aggiungerei : quanto peso attribuiamo noi a quei legami quando siamo noi a decidere della sua vita?
Perché se siamo disposti a raccontare che Varenne amava gareggiare, voleva vincere, conosceva il pubblico e sapeva di essere un campione, perché diventiamo improvvisamente prudentissimi quando si tratta di chiederci cosa possa significare perdere qualcuno?
Non serve umanizzarlo, era un cavallo.
Ed essere un cavallo significa anche essere un animale sociale e da branco, per il quale i legami non sono un vezzo affettivo, ma una necessità biologica profonda. Un bisogno vitale che in lui, essendo un cavallo intero e vivendo in gran parte separato dai suoi simili, rendeva ancora più importanti le poche figure che facevano stabilmente parte della sua vita. Significa essere capace di riconoscere individui, costruire preferenze, relazioni e riferimenti.
Questo pensiero non riguarda soltanto Varenne. Riguarda ogni volta in cui spostiamo un animale, in questo caso un cavallo, separiamo due individui, vendiamo uno dei due, cambiamo una scuderia o decidiamo che un compagno può essere sostituito perché tanto “si abituerà”. Riguarda il nostro stesso concetto di benessere.
Partendo da condizioni oggettivamente buone, per un essere sociale cosa pesa di più? Un trattamento da re oppure la possibilità di vivere accanto a qualcuno con cui ha costruito un legame?
Tendiamo a considerare le relazioni qualcosa di importante, sì, ma in fondo sacrificabile davanti alle nostre necessità. E quando qualcuno prova ad attribuire alla perdita un peso maggiore, arriva spesso una frase:
“D'amore non si muore.” Io non ne sarei così sicura...
Non sto dicendo che si muoia per forza di crepacuore, sebbene abbiamo visto persone spegnersi dopo la perdita del compagno di una vita e animali lasciarsi andare dopo una separazione. Sto dicendo che forse non abbiamo ancora compreso fino in fondo quanto la perdita di un legame possa incidere sul benessere psicofisico di un essere sociale. E, soprattutto, quanto facilmente decidiamo che quel prezzo possa essere pagato da lui, quando la necessità è nostra.
Forse cambiare sguardo significa anche cominciare a considerare un legame non come un accessorio del benessere, ma come parte del benessere stesso.
in foto: Varenne ~ scatto di Letizia Spina