10/09/2026
COMUNICATO
TUTTE LE INGIURIE OFFESE E TANTO ALTRO SARÀ RITENUTO DENIGRATORIO DALL'AVVOCATO SARÀ ATTO DI DENUNCIA PRESSO LA PROCURA
🤟DELLE MAMME PANCINE SU UNA PAGINA CHE DIMOSTRA L'OPERATO CHE C'È QUOTIDIANAMENTE DIETRO AD UN RIFUGIO
DOVE SI RACCONTA IL REALE APPROCCIO CHE COMPORTA LA CURA E LA GESTIONE DI ANIMALI RECUPERATI DA SFRUTTAMENTO NON NE ABBIAMO BISOGNO
DISNEY È ALTROVE!!
Gestire e curare un animale selvatico o da reddito all'interno di un santuario, quando questo non è cosciente del fatto che si stia agendo per il suo bene, è una delle sfide più difficili, intense ed emotivamente logoranti per i volontari e i veterinari.
Quando l'anestesia totale viene esclusa perché troppo rischiosa – ad esempio per animali anziani, cardiopatici, debilitati o per specie che faticano a risvegliarsi – l'unica alternativa è il contenimento fisico. Questo processo segue dinamiche precise, dove la massima efficacia deve combinarsi con il minor tempo possibile di stress.
1. La preparazione invisibile
Prima ancora di avvicinare l'animale, tutto viene pianificato al millimetro in assoluto silenzio. Siringhe, bende, disinfettanti e strumenti chirurgici vengono preparati fuori dalla sua vista. Ogni operatore sa esattamente dove posizionarsi e cosa fare. In un santuario si evita il rumore: le voci sono sussurrate e i movimenti fluidi, perché l'adrenalina dell'animale non deve salire prima del tempo.
2. L'azione rapida e "br**ta da vedere"
Quando scatta il momento della cura, la delicatezza lascia il posto a una fermezza che a un osservatore esterno può apparire brutale. Per bloccare un animale di grandi dimensioni (come un maiale, una capra o un bovino) o un animale selvatico molto agile, i corpi degli operatori diventano strumenti di bloccaggio.
Si usano tecniche di "contenimento assertivo": teli sugli occhi per calmarli, compressioni mirate ma decise sul corpo per azzerare i movimenti, corde di sicurezza o bende per immobilizzare gli zoccoli o il becco.
L'animale, non comprendendo, si sente in trappola. Lotta con tutte le sue forze, urla, tenta di scalciare o mordere. In quegli istanti, gli operatori devono ignorare l'istinto di mollare la presa per fare "meno male": un contenimento a metà è infinitamente più pericoloso, perché rischia di prolungare l'agonia o causare fratture all'animale stesso.
3. La rapidità d'esecuzioneIl dolore o il fastidio della cura (una pulizia di uno zoccolo infetto, il drenaggio di un ascesso, un prelievo profondo) viene inflitto in modo fulmineo. Chi cura non esita. La fermezza e la velocità sono le massime forme di rispetto in quel momento: prima si finisce, prima finisce il terrore dell'animale.
4. Il crollo emotivo e il "dopo"
La stanza o il recinto, durante l'operazione, è un concentrato di foga, respiro affannoso e odore di paura. Ma non appena il trattamento è terminato, la presa viene mollata all'istante e gli operatori si allontanano per lasciare spazio all'animale.
L'animale si rialza, spesso scosso, arrabbiato o spaventato, e si rifugia nel suo angolo sicuro. È a questo punto che l'atmosfera nel santuario cambia: l'adrenalina degli umani scende e subentra il peso emotivo. Saper di aver dovuto terrorizzare e costringere un essere vivente che si è giurato di proteggere è un compromesso doloroso, ma necessario per salvargli la vita.
Gli animali che vivono qui da anni,sanno che poi tutto è finito..
Chi invece non l'ha mai fatto è spaventato e preoccupato per un po'
Con il passare dei giorni, attraverso il cibo e la routine, la fiducia ferita viene lentamente ricostruita.