06/09/2026
Il primo giorno del 1966, ad Alcamo, due famiglie si siedono attorno a un tavolo. In Sicilia quell'incontro aveva un nome: la paciata.
Si trattava un matrimonio come si tratta un raccolto. La ragazza al tavolo non c'era: stava chiusa da otto giorni in una stanza, senza mangiare, dopo che se l'erano portata via di peso da casa sua in dodici. Ma tanto la questione era già chiusa, perché lui l'aveva "avuta", e chi l'ha avuta se la tiene.
Il codice penale italiano, allora, era d'accordo: se il violentatore ti sposava, il reato spariva. Si chiamava matrimonio riparatore, ed è rimasto scritto nelle nostre leggi fino al 1981.
Il padre di quella ragazza, a quel tavolo, disse sì. Un sì finto, deciso insieme ai carabinieri. Due giorni dopo sfondarono la porta all'alba e se la ripresero.
E lei, appena uscita, disse la cosa che in questo paese nessuna aveva ancora detto a voce alta: che non era roba di nessuno.
Si chiama Franca Viola. Ha settantotto anni ed è viva. Non è un capitolo di storia antica: è una signora che potresti incrociare al mercato.
Sessant'anni dopo, un altro uomo si è seduto a fare gli stessi conti. Solo che il tavolo stavolta stava al Cairo, la merce era sua moglie, e c'era pure la cifra: l'aveva promessa a un altro uomo in cambio di denaro.
Sua moglie era nata a Ragusa, in Sicilia come Franca. L'aveva sposato proprio in Italia, quando l'amore sembrava ancora una cosa semplice.
Poi erano partiti insieme per l'Egitto.
Per sempre felici e contenti...
Ma una volta al Cairo quello che doveva essere un sogno diventa un incubo.
Non è un matrimonio quello: è una prigione. Un carcere lungo 9 anni di privazioni e botte.
Nove anni senza telefono.
Nove anni senza un euro suo.
Nove anni in cui esce di casa soltanto se esce lui.
Nove anni di botte per ogni errore: un piatto, una risposta, uno sguardo.
Finché lui non si stanca anche di picchiarla. Cerca il modo di disfarsene: ucciderla non è possibile perché, per quanto i diritti delle donne in Egitto facciano schifo, ucciderle ancora non è concesso.
Ma venderle si. Se vendi tua moglie, in quei posti, non frega niente a nessuno.
Il compratore lo trova subito: "la prenderai da Ottobre, prima dobbiamo fare un viaggio in Italia per degli affari, lei mi serve per compagnia. Al ritorno sarà tutta tua"
Lei lo scopre. Lei capisce. Ma cosa può fare?
È solo una donna in un paese in cui le donne valgono quanto i cani. Senza soldi. Senza libertà. Senza voce.
Solo che... Accade un mezzo miracolo!
Non si sa come rimedia un telefono.
Uno vecchio. Mezzo rotto. Senza scheda. Un telefono che non può chiamare niente e nessuno.
Allora lo porta vicino alla finestra e si mette a cercare le reti degli altri: il wi-fi di un bar, quello di un negozio e... Funziona! Si connette!
Chiede aiuto: "Arriverò a Palermo a Settembre. È la mia ultima chance, poi sparirò per sempre"
E così atterra a Palermo. Al controllo passaporti lui le sta accanto come le stava accanto da anni.
Lei non può parlare, non può piangere, non può nemmeno cambiare faccia. Perché se lui se ne accorge, dopo saranno botte.
E allora si ricorda di quel gesto, visto tanti anni fa quando era libera. Quando era in Italia.
Alza solo la mano. Piega il pollice dentro il palmo e ci chiude sopra le altre quattro dita.
Mezzo secondo. E i poliziotti si muovono, la prendono.
Lui è furioso! Si avventa sugli agenti per riprendersela: è roba sua! È roba sua!
No... Non è roba sua.
È una donna Italiana.
È una donna libera, come dovrebbe essere ogni donna del pianeta.
Lei ora è in salvo.
Ma lui non è stato arrestato.
È libero. Ed ha giurato di riprendersela.
Ci sono voluti sessant'anni da quel tavolo di Alcamo per ritrovarsi allo stesso punto esatto, a trattare una vita come un raccolto da cedere per un pezzo di carta bollata.
E ce ne volessero altri mille, continueremo a lottare finché ogni donna non decida che per sé stessa.
Noi non permetteremo che torni in Egitto.
Perché Franca Viola aveva ragione allora, e ha ragione adesso.
Non era roba sua.
Non è roba di nessuno.
Fonte testo e immagine dal web