05/09/2026
Oggi esco per un momento dalla cinofilia.
Perché dietro Cinofilando Emozioni, prima ancora della professionista, ci sono io.
E io sono anche una mamma.
Una mamma di un bambino con disabilità, che ogni giorno conosce da vicino cosa significhino parole come inclusione, diritti, difficoltà, futuro e Dopo di Noi.
Ho scritto queste parole sul mio profilo personale, ma ho deciso di condividerle anche qui perché credo che empatia, rispetto, solidarietà e capacità di prendersi cura dell’altro non appartengano a un settore professionale. Appartengono alle persone. Nessuna esclusa.
E forse, in una pagina che porta nel nome la parola Emozioni, questo pensiero ha più diritto di stare qui di quanto possa sembrare.
Oggi quindi non vi parlo da educatrice cinofila.
Vi parlo semplicemente da mamma.
E spero che qualcuno abbia voglia di arrivare fino in fondo.
Ci sono tante notizie che leggo.
E poi ci sono notizie che mi entrano dentro.
Questa è una di quelle.
Perché prima di qualsiasi altra cosa, io sono la mamma di un bambino con disabilità. Una mamma cargiver.
E ogni giorno cerco di fare una cosa che, detta così, potrebbe sembrare normalissima:
permettere a mio figlio di avere una vita il più possibile “normale”.
Ma poi mi fermo e penso: normale secondo chi?
Forse dovremmo cominciare proprio da qui.
A chiederci cosa significhi davvero NORMALITÀ.
Perché la normalità di mio figlio può essere diversa da quella di un altro bambino.
Può avere tempi diversi, bisogni diversi, modalità diverse.
Ma non per questo dovrebbe avere meno opportunità.
Meno esperienze.
Meno possibilità di partecipare.
Meno diritto a vivere il mondo.
E invece troppo spesso, per ottenere ciò che per altri è semplicemente scontato, noi famiglie dobbiamo combattere.
Combattere con la burocrazia.
Con i servizi che mancano.
Con le attese.
Con le porte alle quali devi bussare dieci volte.
Con diritti che sulla carta esistono, ma che nella vita reale devi continuamente chiedere, spiegare, dimostrare.
E poi ci sono le persone.
L’indifferenza.
Gli sguardi.
I borbottii.
E quella pietà che, personalmente, penso possano tranquillamente tenersi.
Perché mio figlio non ha bisogno della pietà di nessuno.
Io non ho bisogno della pietà di nessuno.
Abbiamo bisogno di empatia.
Di solidarietà.
Di vicinanza vera.
Di amicizie.
Di qualcuno che ogni tanto dica:
“Come posso aiutarvi?”
e lo faccia senza aspettarsi nulla in cambio.
Abbiamo bisogno di sentirci parte di una comunità e non famiglie lasciate sole a gestire qualcosa che sembra riguardare tutti soltanto quando accade una tragedia.
Perché a questo mondo, oggi, manca qualcosa di profondamente umano.
Manca il senso di società.
Manca il senso di appartenenza.
Manca il guardarsi intorno e accorgersi dell’altro.
Manca la capacità di vedere una persona in difficoltà e non girarsi dall’altra parte.
Manca la disponibilità ad esserci.
E troppo spesso mancano le istituzioni.
Siamo nel 2026, eppure non sembra.
Oggi conosciamo la disabilità.
Conosciamo i bisogni delle persone fragili.
Conosciamo la fatica dei caregiver.
Sappiamo cosa significa assistere una persona ventiquattr’ore su ventiquattro.
Sappiamo quanto possa essere devastante vivere per anni con la paura del futuro.
Non possiamo più dire: “non lo sapevamo”.
Eppure tante famiglie continuano a sentirsi terribilmente sole fino ad isolarsi.
Ed è qui che questa storia diventa, per me, qualcosa che riguarda tutti noi.
Perché arrivare anche solo a pensare che la morte possa rappresentare l’unica via d’uscita per un’intera famiglia è qualcosa di devastante.
Arrivare poi a trasformare quel pensiero in realtà è una tragedia che dovrebbe scuotere profondamente le nostre coscienze.
Perché quando una famiglia arriva a non vedere più alternative, quando non riesce più a immaginare un futuro possibile per sé e per il proprio figlio, non possiamo limitarci a parlare di una tragedia privata.
Dobbiamo avere il coraggio di interrogarci anche sul fallimento di ciò che avrebbe dovuto esserci intorno.
Dove erano le istituzioni?
Dove erano i servizi?
Dove era la rete?
Dove eravamo noi, come società?
Perché una famiglia non dovrebbe essere lasciata arrivare fino al punto di sentirsi senza possibilità, senza sostegno, senza futuro.
Se accade, allora qualcosa ha fallito.
Ha fallito la rete sociale.
Ha fallito il sistema di sostegno.
Hanno fallito le istituzioni quando non sono riuscite ad arrivare prima.
E abbiamo fallito anche noi come società, se ci accorgiamo della solitudine delle famiglie soltanto quando quella solitudine diventa tragedia.
E insieme alla fatica quotidiana esiste poi una domanda che credo attraversi il cuore di moltissimi genitori:
“Cosa succederà a mio figlio quando io non ci sarò più?”
Il famoso “DOPO DI NOI”
Tre parole che per qualcuno sono soltanto il nome di un progetto, di un servizio.
Per molti di noi sono una paura.
Una paura vera e costante.
Una domanda che cerchi di mettere da parte perché devi vivere il presente, ma che resta lì.
E davanti a storie come questa torna prepotentemente.
Perché non possiamo ricordarci dei caregiver soltanto quando sono esausti.
Non possiamo parlare di inclusione soltanto nelle giornate dedicate alla disabilità.
Alla giornata dei calzini spaiati che appare come una cosa divertente per tutti.
Non possiamo riempirci la bocca di parole come diritti, inclusione, autonomia, sostegno e poi lasciare che siano quasi sempre le famiglie a dover tenere insieme tutto.
E a volte penso che, paradossalmente, in passato ci fosse qualcosa che oggi abbiamo perso.
Il senso di appartenenza.
Il vicino.
La famiglia allargata.
Il paese.
La comunità.
Il piccolo villaggio.
Quella sensazione che il problema di una persona, in qualche modo, riguardasse anche gli altri.
Non voglio idealizzare il passato.
Ma forse oggi, mentre siamo tutti più connessi, siamo diventati terribilmente più soli.
Abbiamo migliaia di persone dentro uno schermo e magari nessuno che bussi alla porta.
E allora questa storia non può essere soltanto una notizia che oggi ci sconvolge e che domani verrà sostituita da un’altra.
Non deve essere dimenticata.
Deve rimanerci addosso.
Deve farci fare domande scomode.
Deve costringerci a guardare quelle famiglie che magari abitano accanto a noi e delle quali non sappiamo nulla.
A me fa paura.
Mi fa male.
Mi fa arrabbiare.
Perché sono una mamma.
Perché conosco la fatica di cercare ogni giorno di costruire per mio figlio una vita piena, dignitosa, felice, sua.
E perché so che nessun genitore dovrebbe vivere con il terrore di chiedersi chi si prenderà cura di suo figlio quando lui non avrà più la forza o non ci sarà più.
Una società civile non si misura da quanto sa compatire le persone fragili.
Si misura da quanto è capace di non lasciarle sole.
La pietà tenetevela.
Dateci presenza.
Dateci opportunità.
Dateci servizi.
Dateci ascolto.
Dateci sostegno prima che sia troppo tardi.
Date ai nostri figli il diritto di essere parte del mondo, con il loro modo di stare nel mondo.
E soprattutto torniamo ad essere comunità.
Perché forse la domanda che questa tragedia dovrebbe lasciare a tutti noi non è soltanto:
“Come è potuto succedere?”
Ma soprattutto:
“Cosa possiamo fare perché nessun’altra famiglia arrivi mai più a sentirsi così sola da non riuscire a vedere un domani?”
E questa volta, dopo esserci fatti la domanda,
non voltiamoci dall’altra parte.
Federica
Una semplice mamma caregiver