15/07/2026
Mi chiamo Alessandro, ho 39 anni.
Tre anni fa, mia moglie Elena mi convince a prendere un cane. Abitiamo in un bilocale di sessantacinque metri quadri al terzo piano senza ascensore. Quindi metto subito le regole: «Amore, va bene. Ma deve essere piccolo. Minuscolo. Un cane da appartamento, massimo otto chili, di quelli che se piove li metti nella borsa della spesa. Niente lupi, niente cavalli».
Andiamo in questo rifugio in periferia. Ci accoglie una volontaria dolcissima. Le spieghiamo le nostre rigorose esigenze di spazio. Lei si illumina, come se le avessimo appena chiesto esattamente quello che aveva in magazzino.
«Ho il cane perfetto per voi! Lo abbiamo appena salvato, ha due mesi. È un palese incrocio tra un barboncino e un volpino. Rimarrà un batuffolo tascabile, una piuma. Un vero cane da grembo.»
Ci porta questo cosino nero, peloso, con gli occhi lucidi, che tremava tutto. Entrava letteralmente in due mani. Le sue zampette sembravano dei grissini. Ci siamo sciolti all'istante. Abbiamo firmato i documenti, lo abbiamo chiamato Tito e ce lo siamo portati a casa, acquistando una cuccetta taglia "Small", pettorina microscopica e croccantini per cani nani.
Il primo mese, Tito era esattamente quello che ci era stato promesso. Dormiva, mangiava poco, stava in braccio.
Poi, al terzo mese, è successo qualcosa di strano. Tito ha iniziato ad allungarsi. Ma non in modo proporzionato. Le sue gambe anteriori sono cresciute a dismisura, sembrava un ragno peloso. Le orecchie, invece di rimanere piccole e a punta, si sono allargate e afflosciate come due fette di pizza.
A cinque mesi, la cuccetta taglia Small era diventata un cappello. Tito pesava dodici chili e mangiava come un muratore dopo dodici ore di cantiere.
Decidiamo di portarlo dal veterinario per il richiamo dei vaccini. Il dottore lo vede entrare in ambulatorio, lo squadra, poi guarda il libretto sanitario compilato dal canile.
«Incrocio barboncino-volpino?» legge, alzando un sopracciglio verso la linea dei capelli.
«Sì dottore,» rispondo io, già sudando freddo. «Ci hanno garantito che non supera gli otto chili. Ne pesa dodici, ma immagino si stia fermando, giusto?»
Il veterinario scoppia a ridere. Una risata grassa, tonante, di quelle che non promettono assolutamente nulla di buono.
«Alessandro, ascoltami bene. Questo cane non ha mai visto un barboncino in vita sua, se non per cercare di mangiarselo per merenda. Guardagli l'ossatura, guarda la cassa toracica. Questo è un incrocio tra un Segugio, un Levriero e chissà quale altra razza da caccia. Non si sta fermando. È a malapena a un terzo dell'opera.»
Oggi Tito ha tre anni.
Pesa trentaquattro chili. È alto come il tavolo della cucina. Se si alza sulle zampe posteriori, mi fissa dritto negli occhi. Il bilocale di sessantacinque metri quadri è diventato formalmente di sua proprietà: io ed Elena ci limitiamo a pagargli il mutuo e a cercare di non dargli troppo fastidio quando dorme allargato a stella marina, occupando tre quarti del nostro letto matrimoniale.
Non è un cane da divano, o meglio, lo è, ma occupa il divano interamente da solo. Quando andiamo a passeggio devo mettere i pesi da sub nelle scarpe per non fare sci nautico sull'asfalto appena lui vede un piccione a duecento metri di distanza.
Eppure, l'altra sera ero in sala, distrutto da una giornata di lavoro infernale. Tito si è avvicinato, mi ha appoggiato quel suo testone pesante come un'incudine sulle cosce, mi ha guardato con quegli stessi, identici occhi dolci di quando era un batuffolo da due chili, e ha tirato un respiro lungo, di pace assoluta.
In quel momento gli ho accarezzato le orecchie enormi e ho pensato che i volontari del canile ci avevano fatto la truffa più spietata, bugiarda e meravigliosa che potesse mai capitarci.
(Fonte: Claudio Michelizza)