Doctor DOG Centro Servizi Cinofili

Doctor DOG Centro Servizi Cinofili Competenza e sensibilità per offrire a te e al tuo cane il servizio migliore.

Il mio scopo è portare i cani ad essere sereni e felici e a vivere in armonia con la loro famiglia e con l’ambiente che li circonda. Fornire ai nostri cani, fin da quando sono cuccioli, gli strumenti necessari per aumentare sicurezza, autostima ed equilibrio psicofisico è il miglior lavoro che possiamo fare per ritrovarci un adulto equilibrato e sereno. Ecco perché quello che ritengo giusto e util

e non è “insegnare comandi” ai cani, ma dare loro gli stimoli e le esperienze che servono a costruire dei legami, delle sicurezze e delle competenze sociali, strumenti indispensabili per affrontare le situazioni che incontreranno senza problemi e senza stress. Durante il percorso per porre queste basi, vi accorgerete che quello che il vostro cane sta imparando va ben oltre la mera esecuzione di ordini, e che il richiamo, la calma, il camminare al guinzaglio, il relazionarsi con altri cani e persone in modo gentile, e molto altro saranno diventate la normalità.

Lasciarli in giardino, ovvero quando i cani si bastano (e imparano a fare a meno di noi)C’è una frase bellissima, che ho...
04/09/2026

Lasciarli in giardino, ovvero quando i cani si bastano (e imparano a fare a meno di noi)

C’è una frase bellissima, che ho sentita a una conferenza, che racchiude il cuore del problema: “Bisogna che i legami siano stretti perché l’altruismo abbia luogo”. Si parlava di dinamiche tra animali, ma siamo animali anche noi, e le regole della biologia valgono per tutti.

L'altruismo, la cooperazione, l'ascolto e l’inclusione non sono comportamenti automatici nei cani. Sono il risultato di un investimento emotivo. E il cane investe dove c'è vicinanza, condivisione e relazione. La mia esperienza mi ha insegnato che i cani che vivono fuori o che condividono meno tempo con la famiglia hanno generalmente molta meno considerazione per i loro umani. Questa dinamica diventa ancora più evidente e netta quando parliamo di due o più cani che convivono in giardino. Se il cane è da solo, vive in una condizione di isolamento e vuoto sociale: per questo, non appena l'umano si palesa, cerca lo scambio con lui. Ma quando i cani sono due o più, quel vuoto relazionale viene colmato dal conspecifico perché il cane è un animale sociale che ha un bisogno innato di fare riferimento a qualcuno per capire come muoversi nel mondo, cosa è pericoloso e cosa è divertente, di offrire e ricevere protezione.

Quando un cane vive in casa con noi, condivide i nostri spazi, i nostri rituali e le nostre abitudini, noi diventiamo il suo punto di riferimento principale.

Quando due o più cani vengono lasciati molto tempo da soli in giardino gli umani passano in secondo piano, perché se la relazione manca o è carente, sintonizzarsi sul compagno canino o sullo stimolo ambientale offre una gratificazione infinitamente superiore rispetto al tornare da un umano percepito come distante.

Si crea così un micro-branco che si auto-regola e autosupporta.

Condividono l'eccitazione: il gatto che passa, il postino, il rumore della macchina. Vivono le emozioni più forti insieme, sviluppano autonomia decisionale: se c’è un problema o un pericolo decidono insieme come reagire.

L’umano perde valore : ai loro occhi smettiamo di essere un referente sociale e diventiamo un elemento dello sfondo.

Per invertire questa deriva relazionale non servono esercizi asettici o attività vissute come un "compitino". L'unico modo è l'inclusione reale e profonda dei cani all'interno della casa e della quotidianità familiare.

Dobbiamo superare l'idea radicata che il giardino sia lo spazio dei cani e la casa quello degli umani. Se vogliamo rientrare in quella cerchia di "legami stretti" dove la cooperazione ha un senso biologico, dobbiamo condividere spazi, tempo e possibilmente molto altro.

La condivisione degli spazi: consentire ai cani di abitare la casa insieme a noi non è un premio, ma una necessità etologica. Questo ha un impatto diretto sul comportamento, prima di tutto perché influisce radicalmente sul benessere psicofisico dell'animale, e in secondo luogo perché averli vicini significa moltiplicare all'infinito le occasioni quotidiane in cui possiamo insegnargli qualcosa. L'apprendimento del cane non si costruisce attraverso sessioni di esercizi meccanici eseguiti a comando, ma attraverso la stratificazione di buone abitudini. E se non condividiamo la vita e gli spazi di tutti i giorni, sintonizzandoci sulla stessa routine, diventa biologicamente impossibile trasmettere e consolidare queste buone abitudini.

Il legame si costruisce stando insieme. La presenza reciproca nella stessa stanza mentre lavoriamo, la calma condivisa la sera sul divano o i piccoli rituali della giornata sono i veri mattoni biologici della relazione. E’ questa presenza solida e affidabile che ci fa uscire dallo sfondo e ci trasforma in una guida sicura agli occhi del cane.

Poi, ovviamente, le condivisioni si possono, anzi si devono ampliare, così come le attività insieme, ma sicuramente questo è il pilastro fondante della relazione con i nostri cani: esserci e condividere.

28/08/2026

Sono molto felice di poter condividere l' ultimo articolo scientifico pubblicato sulla rivista Dog Behavior.

Si tratta di un caso clinico, in approccio interdisciplinare ed integrato.

Quando un paziente giunge in clinica con episodi che la famiglia definisce "epilettiformi", il primo approccio logico è la consultazione neurologica. E infatti lo specialista in neurologia esamina il paziente con meticolosità: nervi cranici, posture, riflessi, andatura. Tutto nella norma. Gli esami ematici escludono cause metaboliche. La risonanza magnetica non viene eseguita, che purtroppo è una scelta compiuta spesso dai proprietari, per le preoccupazioni connesse all'anestesia. O per l' investimento economico da sostenere.

Eppure il cane continua a tremare, ad agitarsi, a perdere il controllo ogni volta che scoppia un temporale o salta la corrente.
È qui che il caso cessa di essere solamente neurologico e si trasforma in qualcosa di più intricato.
La valutazione comportamentale rivela un quadro che non si spiega con una lesione organica ma con uno stato emotivo: un'ansia parossistica che si manifesta attraverso il corpo. Ipervigilanza costante, monitoraggio ossessivo dell'ambiente, tachipnea, tremori, tachicardia. Sintomi motori così convincenti da ingannare i familiari, ma che scaturiscono da un'iperattivazione dell'asse HPA, da livelli elevati di cortisolo, da uno squilibrio tra GABA e glutammato.
Il cane non è affetto da patologia neurologica. Possiede una fragilità emotiva che trova nel movimento la sua espressione.
L' ansia ha una natura "produttiva": non si limita a far chiudere il cane in sé stesso, ma lo spinge a cercare contatto in modo eccessivo, a seguire i proprietari "come un'ombra", a non riuscire a dormire. È un'ansia che si muove.

Il team — neurologo ed esperto in comportamento animale — ha elaborato congiuntamente un percorso che non mirava alla lesione ma ristabiliva l'equilibrio. Alpha-casozepina, con la sua azione modulatoria sui recettori GABA-A simile a quella delle benzodiazepine ma senza sedazione. Idrolizzato di muscolo di pesce, per innalzare la soglia di reattività allo stress. Arricchimento olfattivo e cognitivo, perché l'olfatto è una via diretta verso la serenità. Gestione ambientale e appagamento masticatorio, che attraverso il trigemino modulano il tono vagale e abbassano l'arousal emotivo.

In trenta giorni, i familiari riferiscono che gran parte del disagio era scomparso. A sei mesi, anche dopo aver sospeso la terapia nutraceutica, il cane era stabile. I temporali non lo paralizzavano più come prima.

È proprio qui, però, che la correttezza scientifica ci impone di essere prudenti. Questo caso apre una strada importante, ma è, appunto, un solo caso clinico. Inoltre, la remissione sintomatica dopo un trattamento integratore non costituisce di per sé una prova definitiva di un'eziologia esclusivamente comportamentale: non possiamo escludere con certezza assoluta la presenza di un substrato neurologico occulto, anche se la stabilità sostenuta nel tempo rende altre cause organiche piuttosto improbabili. Va inoltre ricordato che la risonanza magnetica e l'elettroencefalogramma non sono stati eseguiti, per la scelta dei proprietari, quindi il deficit di imaging avanzato resta una variabile non controllata nel nostro ragionamento. E c'è un altro elemento che va detto con trasparenza: quando il nutraceutico è stato sospeso, il programma di arricchimento ambientale e di gestione comportamentale è proseguito ininterrotto. Questo significa che non possiamo stabilire un legame causale diretto e esclusivo tra il supplemento e l'esito a lungo termine, perché le variabili comportamentali e ambientali hanno contribuito in modo che non è quantificabile retrospettivamente.

Il successo clinico è probabilmente il risultato di un insieme di fattori, non di un singolo intervento. Approccio integrato ed interdisciplinare, appunto.

Inoltre, questo caso ci induce ad una riflessione, spesso sottovalutata: il corpo del cane (e del gatto) non è un encefalo su quattro zampe separato dal suo mondo emotivo. Che la salute fisica e il comportamento sono un sistema interdipendente, dove l'eccitazione emotiva modella direttamente le presentazioni somatiche. E che, a volte, la domanda giusta non è solo "dove è la lesione?", ma "cosa sta provando questo paziente?".
La multidisciplinarietà non è un lusso da brochure. È, a mio avviso, un iter funzionale per inquadrare paziente e patologia.

Ringrazio il Collega neurologo,il Dr. Alessandro Testa, con cui lavoro in clinica, ed il mio tutor clinico del percorso di residency in Behavioral Medicine, il Dr. Asahi Ogi.
Senza di loro, questo risultato non sarebbe stato raggiunto.
L' articolo è consultabile sul sito dogbehavior.it, nella sezione case reports.
Buona lettura!

(Immagine generata con IA)

La deriva della cinofilia social: dove stiamo andando e perché me ne dissocio totalmente.Che idea può farsi chi si accos...
25/08/2026

La deriva della cinofilia social: dove stiamo andando e perché me ne dissocio totalmente.

Che idea può farsi chi si accosta negli ultimi tempi alla cinofilia e alle pagine social che ne parlano? Perché quello che emerge è la deriva più marcia di questo mondo. La cinofilia virtuale è diventata una gara grottesca a chi fa cose più estreme, a chi offende di più, a chi spala più fango sugli altri. Un’escalation dell’invettiva, della maleducazione e del presenzialismo a tutti i costi, anche quando non si ha proprio niente di intelligente o utile da dire. Ci sono pagine che vivono su questo e la cosa aberrante è che fanno migliaia di followers. Followers che più che essere persone interessate a seguire un dibattito o a imparare qualcosa per costruire una relazione migliore con il proprio cane, sono lì ad aspettare la lite del giorno, proni e pronti ad essere aizzati contro il nemico quando serve.

Non mi sono mai piaciuti i guru, le sette, quelli che hanno bisogno della claque per esistere, ma fortunatamente la cinofilia delle persone posate, educate e rispettose di cani e umani esiste ancora. Continuano a studiare e a lavorare in silenzio in campo, nei canili, lontano dai riflettori tossici degli algoritmi. Certo non sono così visibili, bisogna cercare e non limitarsi ai titoli gridati, ma il loro interesse primario è aiutare voi e i vostri cani, non infangare il prossimo o usarvi come strumenti pubblicitari.

Ma la domanda rimane, ed è inevitabile: chi ha bisogno di tutto questo fango? Quale profonda frustrazione spinge queste persone a usare il proprio tempo non per il bene degli animali, ma unicamente per nutrire un ego ipertrofico e malato?

Come supportare i  nostri cani anziani con tutta la cura e l'attenzione che meritano
25/08/2026

Come supportare i nostri cani anziani con tutta la cura e l'attenzione che meritano

🧠 Sindrome da disfunzione cognitiva nel cane. Ne avevamo già parlato, ma la scienza non si ferma mai — e questa volta ha fatto il punto della situazione. Grazie ad una recente review italiana, di aprile 2026.

Qualche tempo fa avevo accennato alla demenza nel cane, a come il nostro amico anziano possa confondersi tra le pareti di casa, dimenticare il suo nome, mostrare ansia la sera o girare inquieto nelle ore piccole della notte. Beh, è uscita una review molto recente, pubblicata a inizio 2026 su Animals da un gruppo di ricercatori italiani, che raccoglie anni di studi e traccia una mappa chiara di dove siamo arrivati. E la fotografia che emerge è a un tempo rassicurante e preoccupante: sappiamo molto di più di quanto credevamo, ma stiamo ancora lasciando troppi cani senza diagnosi.

Partiamo dal dato che più mi ha colpito. Immaginate un cane su quattro, oltre gli undici anni, che mostra segni di declino cognitivo. Poi immaginate che, di tutti questi cani, solo una minima percentuale abbia ricevuto una diagnosi ufficiale dal veterinario. Non per colpa dei medici, che spesso conoscono bene la malattia, ma per una sorta di "normalizzazione" collettiva: quando il cane inizia a fare i bisogni in casa dopo dieci anni di impeccabile educazione, o quando non trova più l'uscita dal soggiorno, troppi proprietari — anche i più attenti — pensano che sia semplicemente "l'età". E invece no. Così, non c'è un invecchiamento di successo . È una malattia neurodegenerativa, con un nome preciso — sindrome da Disfunzione Cognitiva Canina, o CCDS — e con meccanismi che assomigliano in modo impressionante a quelli dell'Alzheimer umano.

La review ci spiega che nel cervello dei cani affetti sembra accumularsi la stessa proteina amiloide-beta che troviamo nei pazienti umani, con la stessa identica sequenza amminoacidica. Sembra esserci atrofia cerebrale, perdita di neuroni nelle aree della memoria, infiammazione cronica e uno stress ossidativo che consuma le cellule come una ruggine invisibile. Il cane, vivendo con noi, respirando la nostra aria, mangiando i nostri stessi ritmi, è diventato un modello spontaneo e prezioso anche per capire l'Alzheimer.

Ma torniamo al nostro cane. Come si fa a capire che qualcosa non va? Gli studiosi usano da tempo l'acronimo DISHAA, che suona un po' tecnico ma racconta in realtà storie quotidiane molto concrete. C'è il cane che si disorienta in casa, che fissa il muro come se ci fosse qualcosa che solo lui vede, che rimane incastrato dietro un mobile senza capire come fare marcia indietro. Poi ci sono le interazioni che cambiano: quello che era un cane socievole e affettuoso diventa distaccato, o al contrario si attacca alla gonna del padrone con un'ansia nuova, inconsueta. Il sonno si capovolge, con pisolini interminabili di giorno e passeggiate notturne senza meta. E c'è l'ansia, quella vera, che si insinua nei rumori della vita di sempre — un temporale, una porta che sbatte — trasformandoli in minacce. Sono piccoli cambiamenti, a volte graduali, che se raccolti insieme disegnano un quadro ben preciso. Il problema è che spesso vengono raccolti troppo tardi.

La buona notizia, e qui la review è molto chiara, è che esistono strategie evidence-based per rallentare il declino e migliorare la qualità di vita. Non si tratta di una pillola magica, ma di un approccio multimodale che parte dalla nutrizione. Ad esempio, le diete arricchite con trigliceridi a catena media forniscono al cervello un carburante alternativo quando il metabolismo del glucosio inizia a fallire, e gli studi clinici mostrano miglioramenti concreti in memoria e funzioni esecutive. Gli omega-3 e gli antiossidanti combattono l'infiammazione e lo stress ossidativo. Poi c'è l'attività fisica, che merita un capitolo a parte: i dati dicono che un cane sedentario ha più di sei volte la probabilità di sviluppare demenza rispetto a uno molto attivo. Sei volte. Non è un dettaglio, è un fattore determinante.

Ma forse la lezione più importante che ci lascia questa review è un'altra: la diagnosi precoce fa la differenza. La CCDS è una malattia progressiva, e le modifiche cerebrali sono per lo più irreversibili. Intervenire quando i segni sono ancora lievi, quando il cane è solo "un po' confuso" o "un po' più apatico del solito", significa poter preservare mesi o anni di buona qualità di vita. E per farlo serve uno screening cognitivo di routine in ogni visita geriatrica, non come eccezione ma come standard. Da medici veterinari bisogna prima escludere altre cause - ad esempio ipotiroidismo, dolore articolare nascosto, problema visivo- e poi, con questionari validati e un occhio attento, tracciare il percorso insieme al caregiver.

Per qualche umano può far paura parlare di demenza del proprio cane, poichè sembra una sentenza. E invece la scienza ci dice che, con le giuste cure, molti cani con CCDS vivono una vita lunga quanto i loro coetanei cognitivamente sani. La differenza sta tutta nella consapevolezza, nella diagnosi precoce, nella cura attenta. Il legame che abbiamo con il nostro amico anziano è talmente forte che spesso, proprio per amore, tendiamo a minimizzare. Ma riconoscere la malattia non è un atto di resa: è il primo passo per prendersene cura meglio.

Se il tuo cane ha più di otto anni, se noti che qualcosa è cambiato nei suoi comportamenti, se la notte è diventata più inquieta e il giorno più confuso, non attribuire tutto all'età. Rivolgiti ad un team multidisciplinare in cui ci sia anche un medico veterinario esperto in comportamento animale, così da prendersi cura del suo benessere psico-emotivo anche nell'ultima fase della sua vita. 🐕‍🦺

Referenza scientifica: Dondi M, Bianchi E, Borghetti P, Buffagni V, Di Lecce R, Gnudi G, Guarnieri C, Ravanetti F, Saleri R, Corradi A. Evidence-Based Clinical Management of Canine Cognitive Dysfunction Syndrome: Diagnostic Algorithms, Practical Guidelines, Critical Appraisal of Biomarkers and Translational Limitations. Animals. 2026; 16(7):1114. https://doi.org/10.3390/ani16071114

Fonte immagine: https://toegrips.com/wp-content/uploads/dementia-old-dog-chair.jpg

Cani e babbaniSta girando su fb la datata classifica di Stanley Coren, che misura l’intelligenza dei cani in base al num...
13/08/2026

Cani e babbani

Sta girando su fb la datata classifica di Stanley Coren, che misura l’intelligenza dei cani in base al numero di ripetizioni necessarie per apprendere un comportamento. Nella realtà di tutti i giorni, però, le cose sono molto più complesse e le variabili in gioco sono infinite.

Quando si chiede un comportamento a un cane, l'apprendimento e la realizzazione dell’esercizio sono influenzati da molti fattori:

Lo stato fisico ed emotivo del cane in quel preciso momento.

L’ambiente circostante.

La qualità della relazione e la fiducia verso chi chiede il comportamento.

L’efficacia del rinforzo, per citarne alcuni.

Capite che già in questa fase parliamo di tecniche e competenze che sono più prerogativa di addetti ai lavori che di proprietari, perciò manca la variabile che spesso si dimentica, ed è la più importante di tutte: il fattore umano. Senza le competenze necessarie, è altamente improbabile che il cane riesca ad esprimere il suo potenziale.

Inoltre l’intelligenza del cane non è un valore assoluto, è strettamente legata all’ambiente in cui l'animale cresce, agli stimoli che riceve e al tipo di relazione che instaura con i suoi conviventi umani e canini.

Un cane compreso e appagato, che vive in un ambiente con il giusto numero di stimoli e fa esperienze positive e adatte a lui, ha ovviamente molte più probabilità di sviluppare doti intellettive rispetto a un cane deprivato, non capito o inibito.

Indirizzo

Via Mario E Bruno Patracchini 100/2 Francolino
Ferrara
44123

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