24/08/2026
10 minuti di applausi!!!
Di recente, mentre ero in un maneggio, ho assistito a una scena che mi ha lasciata piuttosto perplessa.
Si stava svolgendo una lezione di equitazione con tre o quattro cavalli, secondo i principi di un approccio “naturale” molto noto.
In teoria, tutto ciò che si vedeva sembrava raccontare una bella storia: cavalli apparentemente “liberi”, montati in capezza, un lavoro basato sulla connessione, sull’ascolto, sulla comunicazione, su un’equitazione il più possibile rispettosa e poco coercitiva.
E viene spontaneo pensare: che bello. Che bello poter costruire una scuola di equitazione mettendo al centro il cavallo, cercando una relazione con lui invece di imporre semplicemente la propria volontà.
Peccato per un dettaglio tutt’altro che secondario: i cavalli, durante tutta la lezione, mostravano evidenti segnali di dolore o disagio. Almeno un paio presentavano addirittura una zoppia evidente a uno degli arti.
Un cavallo in particolare mi aveva colpito: dal momento in cui la persona era salita, aveva tenuto le orecchie indietro per tutta la durata della lezione, schiacciandole ulteriormente durante le richieste di trotto e galoppo, accompagnando il tutto con frequenti scodate della coda e altri segnali molto evidenti di disagio.
Ed è proprio qui che, secondo me, qualcosa non torna.
Possiamo cambiare imboccatura, parlare di leggerezza, connessione, comunicazione, fiducia e rispetto. Possiamo cambiare il modo in cui chiediamo qualcosa al cavallo e costruire intorno a tutto questo una filosofia bellissima. Ma se, nel momento in cui il cavallo ci sta dicendo chiaramente “sto male”, noi continuiamo a montarlo e a chiedergli di lavorare, quanto lo stiamo davvero ascoltando?
Perché il benessere del cavallo non può essere una questione di estetica, di strumenti utilizzati o di etichetta del metodo.
Non basta mo***re senza imboccatura per essere rispettosi.
Non basta parlare di connessione per esserci davvero in relazione.
Non basta dichiararsi “pro cavallo” perché il cavallo venga realmente messo al centro.
La vera connessione dovrebbe iniziare proprio dalla capacità di accorgersi quando il cavallo non sta bene, e di fermarsi.
Altrimenti rischiamo semplicemente di fare la stessa cosa in una forma diversa: il cavallo continua a essere utilizzato, solo attraverso strumenti, parole e modalità differenti.
E forse è proprio questa la contraddizione più difficile da accettare: possiamo raccontarci di essere lì per il cavallo, di amarlo, rispettarlo e ascoltarlo, ma se davanti a dolore e disagio scegliamo comunque di andare avanti, il cavallo non lo stiamo realmente vedendo.
Lo stiamo guardando.
Ma non necessariamente lo stiamo vedendo.
E per me la differenza è tutta lì.