08/09/2026
IL MIO CANE FA PARTE DELLA FAMIGLIA. MA QUANTO SPAZIO C’È PER IL SUO MODO DI ESSERE?
«𝙋𝙚𝙧 𝙣𝙤𝙞 𝙞𝙡 𝙣𝙤𝙨𝙩𝙧𝙤 𝙘𝙖𝙣𝙚 𝙚̀ 𝙪𝙣𝙤 𝙙𝙞 𝙛𝙖𝙢𝙞𝙜𝙡𝙞𝙖.»
Lo diciamo con sincerità a chiunque ce lo chieda.
Al nostro cane spesso gli parliamo, ci preoccupiamo quando sta male, organizziamo (purtroppo non tutti) le vacanze pensando anche a lui e al suo benessere. La sua presenza cambia le nostre abitudini e, quando ci viene a mancare, ci accorgiamo di quanto riempisse la nostra casa.
Ma nonostante questa premessa proprio al nostro cane, che consideriamo un familiare, gli chiediamo di adattarsi a tante situazioni che abbiamo scelto noi a volte in modo egoistico. Vorremmo portarlo al ristorante senza che ci dia problemi, lasciarlo solo senza doverci preoccupare se riesce a farlo, ricevere gli amici in casa a tutte le ore, incontrare altri cani durante le passeggiate e prentendere che lui debba andare d'accordo con tutti. Insomma, ci aspettiamo che sappia comportarsi a nostro piacere e basso impegno e quando non soddisfa le nostre aspettative a pieno ci rimaniamo male.
A me capita di riflettere su questa contraddizione nei termini, lo chiamiamo familiare, ma spesso gli riconosciamo appartenenza soltanto finché si comporta come desideriamo e come non chiederemmo mai di fare ad un altro umano che vivesse con noi. Addirittura vorremmo che il cane facesse tutto quello che se lo chiedessimo ad un nostro familiare umano o lo chiedessero a noi risponderemmo con il gesto dell'ombrello (notate la finezza).
Non penso che sia per mancanza d’amore verso il nostro cane. Immagino invece che abbiamo un’idea di come vorremmo a priori la vita con un cane e facciamo fatica a rimodularla quando incontriamo quella reale, con il cane che ha il suo carattere, le sue preferenze e anche le sue difficoltà.
Magari abbiamo avuto altri cani e ci viene spontaneo dire: «Con quello di prima potevamo andare dappertutto».
Quello di oggi, però, è un altro individuo. Conoscerlo richiede anche la disponibilità a cambiare qualche aspettativa e non rimanere rigidi su quello che richiede qualche sforzo affettivo in più.
Quando con Sarah Miconi parliamo di famiglia multispecie, pensiamo a una famiglia nella quale il modo di essere del cane abbia un peso nelle decisioni quotidiane. Se la presenza degli ospiti lo mette a disagio, possiamo organizzare l’incontro diversamente, magari meno caotico o con incontri progressivi con gli sconosciuti. Se ha bisogno di riposare, possiamo lasciargli uno spazio tranquillo tutto per lui. Se alcune esperienze sono troppo impegnative per il nostro cane, possiamo accompagnarlo con gradualità o valutare con attenzione quanto sia davvero necessario affrontarle.
Questo modo di stare con il nostro familiare cane richiede semplici attenzioni, almeno a raccontarle così paiono. Ma capisco che nella vita di tutti i giorni, però, bisogna fare i conti con il lavoro, la stanchezza, i figli, gli impegni e le esigenze degli altri familiari. Ci sono persone che vogliono molto bene al proprio cane e però sono esauste, e anche loro meritano di essere comprese.
Per questo trovo poco utile ridurre tutto alla domanda su chi debba adattarsi a chi.
Vivere insieme comporta aggiustamenti costanti, insegnamenti e a volte qualche rinuncia. Il cane ha bisogno di imparare a muoversi nel nostro mondo e noi abbiamo la responsabilità di rendergli comprensibile ciò che gli chiediamo e di accorgerci quando una nostra richiesta supera le sue possibilità.
Possiamo desiderare che un comportamento del nostro cane si modifichi. Se comporta un pericolo, dobbiamo intervenire e proteggere le persone e gli animali coinvolti. Ma è necessario anche comprendere le ragioni, sapere perché accadono alcune cose serve anche a scegliere come intervenire, senza ridurre quel cane al solo problema che sta manifestando.
Da un professionista mi aspetto questa capacità, quella che sappia prendersi il tempo di conoscere il cane e di ascoltare la famiglia prima di proporre che cosa fare. Che aiuti a trovare soluzioni praticabili, tenendo conto delle risorse di tutti i componenti. Una famiglia dovrebbe potergli dire «non ce la facciamo più» senza sentirsi accusata di amare troppo poco il proprio animale.
La parola familiare, per come la intendo, comprende anche questi momenti. Il legame rimane, mentre cerchiamo di capire che cosa cambiare per trovare nuove intese e possibilità di convivenza più serena.
Del resto, quando diciamo che un cane è dei nostri, stiamo parlando proprio di lui, anche di quegli aspetti del suo carattere che avremmo immaginato diversi e con i quali, un giorno alla volta, impariamo a convivere e che solo il tempo accompagnati da un professionista li renderà man mano sempre meno evidenti.
Attilio Miconi