09/06/2026
Quando il cane da caccia vive in città: perché le motivazioni di razza non vanno in pensione
Setter irlandesi in appartamento. Bracchi italiani al guinzaglio sui marciapiedi. Labrador e cocker che condividono divani, ascensori e parchi urbani con famiglie che non hanno legittimamente mai imbracciato un fucile. È una realtà sempre più comune, e racconta un cambiamento profondo nel modo in cui certi cani entrano nelle nostre vite.
Ma racconta anche, spesso, una serie di malintesi che possono pesare sulla qualità della vita del cane e su quella di chi gli vive accanto.
Ne parliamo con Searching Dog, realtà di educazione cinofila specializzata proprio in questo: accompagnare i cani da caccia che vivono in contesti non venatori, e gli esseri umani che li scelgono, verso una convivenza che abbia senso per entrambi.
Il problema delle aspettative
Francesca Angelinelli, educatrice cinofila e addestratrice ENCI che ha fondato Searching Dog, parte da un’osservazione che chi lavora in questo settore conosce bene: le famiglie che scelgono un cane da caccia lo fanno quasi sempre per le ragioni giuste, ma spesso senza le informazioni necessarie.
Il setter è bellissimo, il bracco ha uno sguardo dolce, il labrador ha la fama di essere il cane perfetto per la famiglia. Tutto verosimile. Ma nessuna di queste qualità esaurisce ciò che un cane da caccia è davvero: un animale selezionato per generazioni, a volte per secoli, per svolgere un compito preciso. Cercare, stanare, fermare, riportare. Una vocazione che non si spegne perché il cane vive in città invece che in una riserva di caccia.
La conseguenza più comune, quando questo aspetto viene ignorato, è che il cane manifesta quelli che in famiglia vengono vissuti come “problemi comportamentali”: distruttività, fughe, abbaio incessante, iperattività, difficoltà a stare solo. Nella maggior parte dei casi, però, non si tratta di problemi. Si tratta di un cane che esprime ciò per cui è stato selezionato, e che non ha trovato un canale adeguato per farlo.
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