01/10/2026
Stamattina sono rimasto disgustato da quello che ho visto.
Poi, in poco tempo, il disgusto è diventato rabbia.
Cavolo, se ero arrabbiato.
Ritrovarmi tutta quella spazzatura lì l’ho vista non solo come una grande mancanza di rispetto nei confronti di chi, come noi, passa da quei campi, ma più in generale per la Terra.
E allora cosa ci faccio con questa rabbia?
Be, non conosco altri modi se non provare a trasformare ciò che di negativo c’è nel mondo in qualcosa di costruttivo: in una lezione che possiamo imparare, in una nuova consapevolezza che possiamo avere o, perché no, in un nuovo contenuto.
E mi sono fermato a riflettere: questa azione non è tanto diversa da quella di chi continua a fare scelte alimentari/ambientali che contribuiscono al surriscaldamento climatico.
Oppure a chi abbandona i cani.
Sì, la frase è forte, ma dietro c’è la comune voglia di liberarsi di un problema o di soddisfare un nostro desiderio non curandoci dell’impatto che abbiamo sugli altri o sul mondo.
E qual è la differenza con l’atteggiamento che, di fronte ad un problema comportamentale del mio cane, lo inibisco o lo sottometto così almeno smette di darmi problemi?
Il meccanismo è lo stesso: me ne frego di quello che sta provando, di quello che mi sta comunicando, del suo benessere. Basta che risolvo il MIO problema. E fa nulla se il suo disagio rimane, più o meno latente, dentro di lui.
Non si riesce ad andare oltre, a volte.
Abbiamo, in parecchi, bisogno di sviluppare maggiormente un pensiero sistemico e un’intelligenza ecologica. Sapere che le nostre azioni hanno delle conseguenze sugli altri e sul mondo, molto più di quanto non crediamo (o di quanto ci sforziamo di non credere).
Non ci sono scappatoie.
Dobbiamo assumercene la responsabilità per evitare scenari catastrofici.
Perché quelli partono dalle piccole azioni di ognuno di noi.
Parafrasando Gandhi:
“Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.”