14/09/2026
Quando una malattia entra nella nostra vita non porta con sé soltanto sintomi, dolore, limiti, terapie e cambiamenti pratici.
Con il tempo costruiamo anche un rapporto con quella condizione, che entra nel modo in cui ci percepiamo, nelle nostre scelte, nelle abitudini e inevitabilmente anche nelle relazioni con gli altri.
La malattia può diventare parte di come ci vediamo e ci definiamo, fino a occupare uno spazio molto più grande di quello legato alla condizione fisica. I limiti esistono e vanno riconosciuti ma, spesso in modo inconsapevole, possiamo iniziare ad attribuire alla malattia anche quello che abbiamo paura di fare, quello che non vogliamo affrontare, responsabilità dalle quali preferiamo sottrarci o scelte che continuiamo a rimandare.
Questo vale anche nelle relazioni, perché quando stiamo male cambia il modo in cui gli altri si comportano con noi.
Magari riceviamo più attenzioni, veniamo accuditi, qualcuno si fa carico di cose che prima spettavano a noi, ci vengono fatte meno richieste. È normale che accada e in molti momenti è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno, essere sostenuti, ma con il tempo possiamo anche imparare a utilizzare quella posizione.
Possiamo aspettarci che l'altro ci sia sempre, che sia disponibile, che comprenda qualsiasi nostro comportamento perché stiamo male, che rinunci sempre a qualcosa per noi. La malattia può diventare il motivo per cui l'altro non può allontanarsi, dirci di no o mettere un limite senza sentirsi in colpa.
Sento spesso la frase “ ho provato di tutto”, e a volte dietro ci sono davvero anni di cure, tentativi e percorsi senza risultati. Altre volte, andando a vedere meglio, quel “tutto” è soprattutto una successione di soluzioni veloci e impersonali: una medicina e poi un'altra, un integratore, un cambio di alimentazione, un nuovo trattamento, un altro professionista. Se non arriva il risultato sperato, o non arriva abbastanza velocemente, si passa alla soluzione successiva.
Continuiamo così a cercare qualcosa che modifichi la nostra condizione, mentre molto più difficilmente ci chiediamo se quella stessa condizione richieda un cambiamento anche da parte nostra. Possiamo cercare per anni qualcosa che ci faccia stare meglio mantenendo gli stessi ritmi, le stesse abitudini, lo stesso rapporto con il riposo, il cibo, le emozioni e con il corpo, e continuando a pretendere da noi stessi le stesse cose.
Cambiare continuamente una terapia o seguirla quando ci ricordiamo non ha esattamente lo stesso peso di rivedere il proprio modo di vivere.
Entrare nel cambiamento in prima persona potrebbe portarci a scoprire che per anni abbiamo ignorato i nostri limiti e i segnali del corpo, che non sappiamo rallentare, che facciamo fatica a chiedere aiuto o ad accettare di non poter controllare tutto.
Potremmo essere costretti a rivedere priorità e ritmi, vedere quanto abbiamo paura di cambiare, quanto abbiamo bisogno dell'attenzione degli altri, quanto ci rassicura sentirci necessari o quante cose abbiamo iniziato ad attribuire alla malattia senza chiederci più se dipendano davvero da lei.
Ma noi non siamo la nostra malattia!
Possiamo riconoscerla, curarla, rispettare i limiti che porta con sé e allo stesso tempo continuare a distinguere ciò che appartiene realmente a quella condizione da tutto quello che negli anni abbiamo costruito intorno ad essa.
Se la malattia cambia il nostro rapporto con noi stessi e con gli altri, anche la malattia di qualcuno di cui ci prendiamo cura può cambiare il ruolo che assumiamo noi.
Possiamo diventare quelli che controllano, assistono, organizzano, proteggono, quelli senza i quali pensiamo che l'altro non possa stare.
Quando la malattia riguarda un animale con cui viviamo, la malattia è sua, ma tutto quello che costruiamo intorno a quella malattia appartiene anche a noi.
Siamo noi a informarci, scegliere, preoccuparci, modificare la quotidianità, osservare ogni cambiamento e decidere cosa sia meglio fare.
È inevitabile che una condizione importante del nostro animale entri anche nella nostra vita e la modifichi. Il problema è che, proprio perché siamo così coinvolti, non è sempre facile distinguere quello che lui necessita realmente da quello che abbiamo bisogno di fare noi per sentirci tranquilli.
Una diagnosi modifica inevitabilmente il modo in cui ce ne prendiamo cura, ma può modificare anche il modo in cui iniziamo a guardarlo.
La paura che possa stare male può portarci a controllare di più, evitare esperienze, limitare attività e possibilità che magari potrebbero semplicemente essere adattate alla sua nuova condizione. Senza rendercene conto possiamo finire per vedere prima la patologia e poi l'animale, dimenticando che oltre a quel problema continuano a esistere i suoi interessi, le sue preferenze, le sue capacità e il bisogno di continuare a vivere esperienze compatibili con quello che può fare.
Essere necessari a qualcuno può dare molto senso alla nostra vita, e diventare parte integrante della nostra identità. E quando quel qualcuno è fragile, dipendente da noi e non può mettere in discussione il modo in cui interpretiamo i suoi bisogni, accorgersi di questo meccanismo diventa ancora più difficile.
Possiamo essere convinti di agire esclusivamente per proteggerlo e non accorgerci che, dentro quella protezione, sono entrati anche il nostro bisogno di controllo, le nostre paure, la difficoltà a lasciare che qualcun altro si occupi di lui o il bisogno di sentirci indispensabili.
C'è poi anche un altro meccanismo da osservare: la paura stessa della malattia può portarci a non affrontarla.
Non tutti reagiamo alla paura cercando immediatamente risposte e soluzioni, a volte succede esattamente il contrario. Rimandiamo una visita, un controllo, un esame, continuiamo ad aspettare per vedere come va, minimizziamo un sintomo o troviamo una spiegazione che ci permetta di stare ancora un po' lontani da quello che temiamo.
Possiamo essere molto preoccupati, stare male per quello che sta succedendo e allo stesso tempo continuare a non fare ciò che quella situazione richiede.
Sappiamo che dovremmo occuparci di qualcosa, vediamo che sarebbe necessario prendere una decisione, eppure continuiamo a rimandare, perché agire significa anche entrare dentro quella realtà, sapere come stanno realmente le cose e, una volta che lo sappiamo, decidere cosa fare. E non sempre siamo pronti a farlo.
Possiamo quindi avere moltissima paura di una malattia e contemporaneamente non prendercene realmente cura.
Possiamo preoccuparci senza agire, pensare continuamente al problema senza affrontarlo, mentre la situazione continua ad andare avanti.
Rimandare, anche se spesso non lo percepiamo in questo modo, è comunque una scelta: significa lasciare che le cose continuino ad andare avanti così come sono. E anche aspettare e lasciare andare hanno delle conseguenze, che possono portarci poi a confrontarci con il senso di colpa per non aver agito prima.
La malattia è in grado di obbligarci a cambiare molte cose, ma può anche metterci davanti a parti di noi che fino a quel momento non avevamo avuto motivo o voglia di guardare.
Le nostre paure, il bisogno di controllo, la difficoltà a cambiare, il bisogno degli altri, il ruolo che abbiamo assunto, quello a cui rinunciamo o quello che continuiamo a rimandare.
Possiamo subire tutto questo senza interrogarci, oppure provare a capire quanto di ciò che la malattia ha portato può essere utile alla nostra evoluzione.
Stefania Serreli
Metodo 5 Essenze