Libera Accademia Interdisciplinare Cinofila Italiana

Libera Accademia Interdisciplinare Cinofila Italiana LAICI promuove una cinofilia secondo un modello interdisciplinare Istruzione

COSA CI ACCOMUNA E COSA CI DIVIDE?Gli approcci in cinofilia sono numerosi.Differiscono per principi, modelli teorici, st...
08/09/2026

COSA CI ACCOMUNA E COSA CI DIVIDE?

Gli approcci in cinofilia sono numerosi.

Differiscono per principi, modelli teorici, strumenti e tecniche. E il confronto tra prospettive diverse potrebbe rappresentare una straordinaria occasione di crescita.

Sui social, invece, molto spesso accade il contrario.

Le differenze diventano appartenenze da difendere, i toni si irrigidiscono e il confronto diventa quasi impossibile.

Ma forse, prima di discutere di ciò che ci divide, dovremmo chiederci:

che cosa dovrebbe necessariamente accomunarci?

A mio giudizio esiste un principio sul quale non dovrebbe esserci alcuna mediazione.

Ogni cane ha diritto a nascere, crescere e vivere in condizioni rispettose del proprio benessere fisico, emotivo e sociale.

E ha diritto a essere educato, addestrato o riabilitato senza che gli venga intenzionalmente inflitta sofferenza fisica o psicologica come strumento per ottenere un comportamento.

Questo significa anche affrontare una questione certamente più complessa:

che cosa determina sofferenza in un cane?

Dobbiamo avere il coraggio di parlarne, studiarla, definirla attraverso le conoscenze disponibili e riconoscerla anche quando compare all'interno di pratiche che appartengono alla nostra tradizione professionale.

Perché prima vengono i principi.

Poi possiamo discutere delle tecniche.

Se non condividiamo questo confine, il confronto sul come raggiungere un determinato risultato perde significato.

Perché rischiamo di accettare implicitamente un principio molto pericoloso:

che il fine giustifichi i mezzi.

E questo tema riguarda anche la sicurezza.

Negli ultimi mesi si discute molto di aggressioni, cani pericolosi, guinzagli, museruole, libertà e responsabilità dei proprietari.

Sono questioni importanti.

Ma rischiamo di concentrarci sull'ultimo tratto della storia dimenticandoci tutto ciò che viene prima.

Non possiamo parlare seriamente di sicurezza senza parlare anche di benessere.

Trascurare i bisogni etologici, sociali e affettivi di un cane, sottoporlo ripetutamente a paura, dolore o conflitto, ignorarne i segnali di disagio non significa soltanto comprometterne il benessere.

Può significare anche aumentare le condizioni nelle quali un comportamento aggressivo diventa più probabile.

Prendersi cura del benessere psicofisico dei cani è quindi anche un atto di prevenzione.

Poi potremo confrontarci sulla lunghezza del guinzaglio.

Su quando utilizzare una museruola.

Su dove sia possibile lasciare libero un cane.

Sulle tecniche e sugli strumenti.

E potremo anche non essere d'accordo.

Ma prima dovremmo riuscire a stabilire insieme il confine oltre il quale nessun risultato dovrebbe autorizzarci ad andare.

Perché forse una cinofilia matura non è quella nella quale tutti utilizzano lo stesso metodo.

È quella nella quale, pur utilizzando metodi diversi, sappiamo riconoscere insieme ciò che non siamo più disposti a fare a un cane per ottenere ciò che vogliamo da lui.

Federica Manunta

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04/09/2026

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Il Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro esprime profondo dolore e sgomento per la tragica scomparsa della collega dottoressa Lorena Isceri, ennesima vittima di femminicidio.

Lorena era una giovane donna dolce, sensibile e piena di vita, animata da entusiasmo, passione e grandi aspettative per il futuro. La sua perdita lascia un vuoto profondo in tutta la nostra comunità accademica, presso la quale aveva condotto i suoi studi, si era laureata ed abilitata all’ esercizio della professione di medico veterinario.

In questo momento di immenso dolore, il Dipartimento si stringe con affetto alla sua famiglia, ai suoi amici, ai colleghi e a tutte le persone che le hanno voluto bene.

Ricordare Lorena significa anche ribadire con fermezza che nessuna forma di violenza contro le donne può essere tollerata, giustificata o ignorata. La comunità universitaria è chiamata a promuovere ogni giorno una cultura fondata sul rispetto, sulla libertà e sulla dignità della persona.

Continuiamo a condividere gli importanti successi professionali e interessantissimi studi del nostro amico e collega Vet...
27/08/2026

Continuiamo a condividere gli importanti successi professionali e interessantissimi studi del nostro amico e collega Vet.etologo Luigi Sacchettino

://www.facebook.com/share/p/1Fa15awPcn/?mibextid=wwXIfr

Sono molto felice di poter condividere l' ultimo articolo scientifico pubblicato sulla rivista Dog Behavior.

Si tratta di un caso clinico, in approccio interdisciplinare ed integrato.

Quando un paziente giunge in clinica con episodi che la famiglia definisce "epilettiformi", il primo approccio logico è la consultazione neurologica. E infatti lo specialista in neurologia esamina il paziente con meticolosità: nervi cranici, posture, riflessi, andatura. Tutto nella norma. Gli esami ematici escludono cause metaboliche. La risonanza magnetica non viene eseguita, che purtroppo è una scelta compiuta spesso dai proprietari, per le preoccupazioni connesse all'anestesia. O per l' investimento economico da sostenere.

Eppure il cane continua a tremare, ad agitarsi, a perdere il controllo ogni volta che scoppia un temporale o salta la corrente.
È qui che il caso cessa di essere solamente neurologico e si trasforma in qualcosa di più intricato.
La valutazione comportamentale rivela un quadro che non si spiega con una lesione organica ma con uno stato emotivo: un'ansia parossistica che si manifesta attraverso il corpo. Ipervigilanza costante, monitoraggio ossessivo dell'ambiente, tachipnea, tremori, tachicardia. Sintomi motori così convincenti da ingannare i familiari, ma che scaturiscono da un'iperattivazione dell'asse HPA, da livelli elevati di cortisolo, da uno squilibrio tra GABA e glutammato.
Il cane non è affetto da patologia neurologica. Possiede una fragilità emotiva che trova nel movimento la sua espressione.
L' ansia ha una natura "produttiva": non si limita a far chiudere il cane in sé stesso, ma lo spinge a cercare contatto in modo eccessivo, a seguire i proprietari "come un'ombra", a non riuscire a dormire. È un'ansia che si muove.

Il team — neurologo ed esperto in comportamento animale — ha elaborato congiuntamente un percorso che non mirava alla lesione ma ristabiliva l'equilibrio. Alpha-casozepina, con la sua azione modulatoria sui recettori GABA-A simile a quella delle benzodiazepine ma senza sedazione. Idrolizzato di muscolo di pesce, per innalzare la soglia di reattività allo stress. Arricchimento olfattivo e cognitivo, perché l'olfatto è una via diretta verso la serenità. Gestione ambientale e appagamento masticatorio, che attraverso il trigemino modulano il tono vagale e abbassano l'arousal emotivo.

In trenta giorni, i familiari riferiscono che gran parte del disagio era scomparso. A sei mesi, anche dopo aver sospeso la terapia nutraceutica, il cane era stabile. I temporali non lo paralizzavano più come prima.

È proprio qui, però, che la correttezza scientifica ci impone di essere prudenti. Questo caso apre una strada importante, ma è, appunto, un solo caso clinico. Inoltre, la remissione sintomatica dopo un trattamento integratore non costituisce di per sé una prova definitiva di un'eziologia esclusivamente comportamentale: non possiamo escludere con certezza assoluta la presenza di un substrato neurologico occulto, anche se la stabilità sostenuta nel tempo rende altre cause organiche piuttosto improbabili. Va inoltre ricordato che la risonanza magnetica e l'elettroencefalogramma non sono stati eseguiti, per la scelta dei proprietari, quindi il deficit di imaging avanzato resta una variabile non controllata nel nostro ragionamento. E c'è un altro elemento che va detto con trasparenza: quando il nutraceutico è stato sospeso, il programma di arricchimento ambientale e di gestione comportamentale è proseguito ininterrotto. Questo significa che non possiamo stabilire un legame causale diretto e esclusivo tra il supplemento e l'esito a lungo termine, perché le variabili comportamentali e ambientali hanno contribuito in modo che non è quantificabile retrospettivamente.

Il successo clinico è probabilmente il risultato di un insieme di fattori, non di un singolo intervento. Approccio integrato ed interdisciplinare, appunto.

Inoltre, questo caso ci induce ad una riflessione, spesso sottovalutata: il corpo del cane (e del gatto) non è un encefalo su quattro zampe separato dal suo mondo emotivo. Che la salute fisica e il comportamento sono un sistema interdipendente, dove l'eccitazione emotiva modella direttamente le presentazioni somatiche. E che, a volte, la domanda giusta non è solo "dove è la lesione?", ma "cosa sta provando questo paziente?".
La multidisciplinarietà non è un lusso da brochure. È, a mio avviso, un iter funzionale per inquadrare paziente e patologia.

Ringrazio il Collega neurologo,il Dr. Alessandro Testa, con cui lavoro in clinica, ed il mio tutor clinico del percorso di residency in Behavioral Medicine, il Dr. Asahi Ogi.
Senza di loro, questo risultato non sarebbe stato raggiunto.
L' articolo è consultabile sul sito dogbehavior.it, nella sezione case reports.
Buona lettura!

(Immagine generata con IA)

Perché faccio fatica a dare consigli in pillole sui caniHo sempre una certa difficoltà a dare consigli in pillole sulla ...
27/08/2026

Perché faccio fatica a dare consigli in pillole sui cani
Ho sempre una certa difficoltà a dare consigli in pillole sulla gestione dei cani.
“Cosa devo fare quando tira?”
“Come gli insegno a non abbaiare?”
“Cosa faccio quando ringhia?”
“Come gli insegno a stare da solo?”
Domande assolutamente legittime.
Il problema è che temo sempre ciò che può accadere quando una famiglia applica una soluzione standardizzata e quella soluzione non funziona.
Possono succedere almeno due cose.
La prima è pensare che quella proposta fosse una sciocchezza e che la professione che eserciyo lo sia.
La seconda, forse peggiore, è che la persona cominci a pensare:
“Con gli altri funziona. Sono io che non sono capace.”
È anche per questo che faccio fatica a trasformare il mio lavoro in una sequenza di “5 cose da fare se il tuo cane…”.
Non perché non esistano indicazioni utili.
Ma perché un'indicazione diventa realmente utile quando incontra quel cane, quella famiglia e quel contesto.
Un cane che abbaia quando rimane solo può farlo per ragioni differenti da un altro cane che manifesta apparentemente lo stesso comportamento.
Due cani che tirano al guinzaglio possono vivere esperienze completamente diverse.
E persino un ringhio, estrapolato dalla situazione nella quale compare, ci dice molto meno di quanto pensiamo.
Il comportamento assomiglia. Il significato può essere completamente diverso.
E se cambia il significato, dovrebbe cambiare anche il nostro intervento.
Naturalmente è legittimo che ogni professionista utilizzi i social per farsi conoscere, raccontare il proprio lavoro e posizionarsi.
Lo faccio anch'io.
Ma credo che dovremmo stare attenti a non trasformare la divulgazione cinofila in una fabbrica di consigli pronto uso.
Perché i social hanno una caratteristica molto potente: intercettano problemi, paure e desideri e possono trasformarli facilmente in soluzioni semplici.
Il cane tira? Fai questo.
Non torna al richiamo? Fai questo.
Ringhia? Devi fare quest'altro.
La complessità, purtroppo, si vende molto peggio della certezza.
E così rischiamo di confondere la capacità di comunicare una soluzione con la capacità di comprendere un problema.
Sono due cose molto diverse.
Un professionista che mi ispira fiducia non è necessariamente quello che possiede immediatamente una risposta.
È quello che, prima di darmela, sente il bisogno di conoscere il cane.
Di conoscere la sua storia.
Di osservare la famiglia.
Di comprendere il contesto nel quale quel comportamento compare.
E magari di dire:
“Non lo so ancora. Dobbiamo capire meglio.”
Perché un buon percorso non dovrebbe soltanto dirci cosa fare.
Dovrebbe aiutarci a comprendere cosa sta accadendo, così da renderci progressivamente più capaci di trovare risposte anche quando il professionista non sarà accanto a noi.
Se proprio dovessi lasciare un consiglio, allora, sarebbe questo:
un buon convivente umano non è quello che non sbaglia mai con il proprio cane.
È quello capace di interrogarsi su ciò che è accaduto e modificare, quando necessario, il proprio modo di stare nella relazione.
E aggiungerei un'ultima cosa.
I cani non si crescono da soli. E nemmeno le famiglie dovrebbero essere lasciate sole nel crescerli.
Abbiamo bisogno di competenze diverse, confronto, professionisti capaci di collaborare e comunità nelle quali poter chiedere aiuto senza sentirsi giudicati.
Forse dovremmo cercare un po' meno qualcuno che ci dica continuamente cosa fare con il cane.
E un po' di più qualcuno che ci aiuti a comprendere il cane con cui stiamo vivendo.

24/08/2026

🧠 Sindrome da disfunzione cognitiva nel cane. Ne avevamo già parlato, ma la scienza non si ferma mai — e questa volta ha fatto il punto della situazione. Grazie ad una recente review italiana, di aprile 2026.

Qualche tempo fa avevo accennato alla demenza nel cane, a come il nostro amico anziano possa confondersi tra le pareti di casa, dimenticare il suo nome, mostrare ansia la sera o girare inquieto nelle ore piccole della notte. Beh, è uscita una review molto recente, pubblicata a inizio 2026 su Animals da un gruppo di ricercatori italiani, che raccoglie anni di studi e traccia una mappa chiara di dove siamo arrivati. E la fotografia che emerge è a un tempo rassicurante e preoccupante: sappiamo molto di più di quanto credevamo, ma stiamo ancora lasciando troppi cani senza diagnosi.

Partiamo dal dato che più mi ha colpito. Immaginate un cane su quattro, oltre gli undici anni, che mostra segni di declino cognitivo. Poi immaginate che, di tutti questi cani, solo una minima percentuale abbia ricevuto una diagnosi ufficiale dal veterinario. Non per colpa dei medici, che spesso conoscono bene la malattia, ma per una sorta di "normalizzazione" collettiva: quando il cane inizia a fare i bisogni in casa dopo dieci anni di impeccabile educazione, o quando non trova più l'uscita dal soggiorno, troppi proprietari — anche i più attenti — pensano che sia semplicemente "l'età". E invece no. Così, non c'è un invecchiamento di successo . È una malattia neurodegenerativa, con un nome preciso — sindrome da Disfunzione Cognitiva Canina, o CCDS — e con meccanismi che assomigliano in modo impressionante a quelli dell'Alzheimer umano.

La review ci spiega che nel cervello dei cani affetti sembra accumularsi la stessa proteina amiloide-beta che troviamo nei pazienti umani, con la stessa identica sequenza amminoacidica. Sembra esserci atrofia cerebrale, perdita di neuroni nelle aree della memoria, infiammazione cronica e uno stress ossidativo che consuma le cellule come una ruggine invisibile. Il cane, vivendo con noi, respirando la nostra aria, mangiando i nostri stessi ritmi, è diventato un modello spontaneo e prezioso anche per capire l'Alzheimer.

Ma torniamo al nostro cane. Come si fa a capire che qualcosa non va? Gli studiosi usano da tempo l'acronimo DISHAA, che suona un po' tecnico ma racconta in realtà storie quotidiane molto concrete. C'è il cane che si disorienta in casa, che fissa il muro come se ci fosse qualcosa che solo lui vede, che rimane incastrato dietro un mobile senza capire come fare marcia indietro. Poi ci sono le interazioni che cambiano: quello che era un cane socievole e affettuoso diventa distaccato, o al contrario si attacca alla gonna del padrone con un'ansia nuova, inconsueta. Il sonno si capovolge, con pisolini interminabili di giorno e passeggiate notturne senza meta. E c'è l'ansia, quella vera, che si insinua nei rumori della vita di sempre — un temporale, una porta che sbatte — trasformandoli in minacce. Sono piccoli cambiamenti, a volte graduali, che se raccolti insieme disegnano un quadro ben preciso. Il problema è che spesso vengono raccolti troppo tardi.

La buona notizia, e qui la review è molto chiara, è che esistono strategie evidence-based per rallentare il declino e migliorare la qualità di vita. Non si tratta di una pillola magica, ma di un approccio multimodale che parte dalla nutrizione. Ad esempio, le diete arricchite con trigliceridi a catena media forniscono al cervello un carburante alternativo quando il metabolismo del glucosio inizia a fallire, e gli studi clinici mostrano miglioramenti concreti in memoria e funzioni esecutive. Gli omega-3 e gli antiossidanti combattono l'infiammazione e lo stress ossidativo. Poi c'è l'attività fisica, che merita un capitolo a parte: i dati dicono che un cane sedentario ha più di sei volte la probabilità di sviluppare demenza rispetto a uno molto attivo. Sei volte. Non è un dettaglio, è un fattore determinante.

Ma forse la lezione più importante che ci lascia questa review è un'altra: la diagnosi precoce fa la differenza. La CCDS è una malattia progressiva, e le modifiche cerebrali sono per lo più irreversibili. Intervenire quando i segni sono ancora lievi, quando il cane è solo "un po' confuso" o "un po' più apatico del solito", significa poter preservare mesi o anni di buona qualità di vita. E per farlo serve uno screening cognitivo di routine in ogni visita geriatrica, non come eccezione ma come standard. Da medici veterinari bisogna prima escludere altre cause - ad esempio ipotiroidismo, dolore articolare nascosto, problema visivo- e poi, con questionari validati e un occhio attento, tracciare il percorso insieme al caregiver.

Per qualche umano può far paura parlare di demenza del proprio cane, poichè sembra una sentenza. E invece la scienza ci dice che, con le giuste cure, molti cani con CCDS vivono una vita lunga quanto i loro coetanei cognitivamente sani. La differenza sta tutta nella consapevolezza, nella diagnosi precoce, nella cura attenta. Il legame che abbiamo con il nostro amico anziano è talmente forte che spesso, proprio per amore, tendiamo a minimizzare. Ma riconoscere la malattia non è un atto di resa: è il primo passo per prendersene cura meglio.

Se il tuo cane ha più di otto anni, se noti che qualcosa è cambiato nei suoi comportamenti, se la notte è diventata più inquieta e il giorno più confuso, non attribuire tutto all'età. Rivolgiti ad un team multidisciplinare in cui ci sia anche un medico veterinario esperto in comportamento animale, così da prendersi cura del suo benessere psico-emotivo anche nell'ultima fase della sua vita. 🐕‍🦺

Referenza scientifica: Dondi M, Bianchi E, Borghetti P, Buffagni V, Di Lecce R, Gnudi G, Guarnieri C, Ravanetti F, Saleri R, Corradi A. Evidence-Based Clinical Management of Canine Cognitive Dysfunction Syndrome: Diagnostic Algorithms, Practical Guidelines, Critical Appraisal of Biomarkers and Translational Limitations. Animals. 2026; 16(7):1114. https://doi.org/10.3390/ani16071114

Fonte immagine: https://toegrips.com/wp-content/uploads/dementia-old-dog-chair.jpg

I CANI CI INVITANO A RIFLETTERE… SU NOI STESSIIspirata dalle parole attribuite al pensiero di Bateson, secondo cui non p...
22/08/2026

I CANI CI INVITANO A RIFLETTERE… SU NOI STESSI

Ispirata dalle parole attribuite al pensiero di Bateson, secondo cui non possiamo comprendere la mente separandola dalla rete di relazioni nella quale vive, non posso considerare la relazione con i nostri cani meno significativa, solo perché interspecifica, di quelle che costruiamo con altri esseri umani.
Per alcuni il rapporto con il cane diventa quasi esclusivo: un luogo nel quale allontanarsi dal mondo umano per rifugiarsi in una dimensione percepita come più spontanea, limpida, libera.
Per altri accade esattamente il contrario.
Il cane diventa un ponte verso il mondo.
Basta uscire insieme per ritrovarsi a parlare con perfetti sconosciuti, conoscere persone, frequentare luoghi e costruire relazioni che probabilmente, senza di lui, non sarebbero mai esistite.
Ma il rapporto con un cane può offrirci un'altra straordinaria opportunità.
Quella di conoscere qualcosa di noi stessi.
Giovanni Liotti esprimeva un concetto che trovo particolarmente importante: per comprendere la nostra mente abbiamo bisogno di incontrare quella dell'altro.
Non conosciamo prima noi stessi per dedicarci, successivamente, alla comprensione degli altri.
È anche attraverso l'altro che impariamo chi siamo.
E con i cani accade continuamente.
Osserviamo un comportamento e cerchiamo di attribuirgli un significato.
"Mi sta sfidando."
"Ha paura."
"È geloso."
"Lo fa apposta."
"Mi sta chiedendo aiuto."
Ma mentre cerchiamo di capire qualcosa del cane, quelle interpretazioni raccontano inevitabilmente anche qualcosa di chi lo sta osservando.
Della nostra storia.
Delle nostre aspettative.
Di ciò che temiamo.
Di ciò che desideriamo trovare nell'altro.
Perché quello che vediamo non è mai una fotografia perfettamente neutra della realtà.
Osserviamo l'altro attraverso una mente che possiede già una storia.
Ecco perché amare un cane non significa soltanto provare affetto per lui.
Significa conservare la curiosità necessaria per continuare a chiedersi:
“Chi sei tu?”
avendo però il coraggio, ogni tanto, di aggiungere una seconda domanda:
“E perché io ti sto vedendo proprio così?”
È anche per questo che nell'approccio cognitivo-relazionale non possiamo limitarci a osservare separatamente il cane e la persona.
Ci interessa ciò che accade tra loro.
Perché il cane che ho davanti non è sempre identico a sé stesso, indipendentemente da chi incontra.
E nemmeno noi lo siamo.
Entrambi cambiamo, almeno in parte, nel dialogo con l'altro.
Forse è questo uno dei doni più interessanti dell'incontro con una specie diversa dalla nostra:
nel tentativo di conoscere davvero il cane, qualche volta finiamo per incontrare anche noi stessi.

Dott.ssa Federica Manunta
Medico Veterinario Esperto in Comportamento
Educatore e istruttore cinofilo

La relazione col cane è cambiata e le professioni cinofile devono evolversi di conseguenza questo significa prendere tut...
07/08/2026

La relazione col cane è cambiata e le professioni cinofile devono evolversi di conseguenza questo significa prendere tutte le competenze acquisite fino ad ora e integrarle con altri sguardi

Per comprendere un cane non basta osservare il cane.
Molte persone arrivano in consulenza chiedendo:
"Perché il mio cane si comporta così?"
È una domanda importante, ma, da sola, non basta.
Per molto tempo abbiamo cercato le risposte osservando il comportamento del cane, la sua comunicazione, la sua etologia, la sua appartenenza di specie.
Tutto questo è indispensabile ma non è ancora sufficiente. Perché nessun individuo può essere compreso separandolo dal sistema di relazioni di cui è parte.
Un cane non è soltanto un organismo appartenente a una specie. È anche il prodotto della propria storia, delle esperienze vissute, dei legami che ha costruito e dei significati che, attraverso quei legami, attribuisce al mondo.
Il comportamento, quindi, non nasce nel vuoto, nasce dall'incontro tra il patrimonio biologico dell'individuo, la sua storia di sviluppo e il contesto relazionale nel quale vive e lo si può comprendere solo dentro un approccio bio-psico-sociale.
Per questo motivo, durante una consulenza, non osserviamo soltanto il cane. Osserviamo anche la famiglia, non per cercare responsabilità o colpe. Ma perché è nella relazione che il comportamento assume significato.
Anche la famiglia, però, non vive isolata.
È inserita in una rete più ampia fatta di nonni, figli, amici, allevatori, rifugi, veterinari, educatori, luoghi di lavoro, esperienze di vita.
Ogni elemento contribuisce, in misura diversa, a costruire il mondo relazionale nel quale il cane cresce.
E non sono i ruoli a renderlo significativo.
Sono i legami.
A volte una nonna rappresenta per il cane una figura centrale.
A volte lo è un altro cane.
A volte un dog sitter, un vicino di casa o un bambino.
Ciò che conta è l'intensità della relazione, non la posizione occupata nell'albero genealogico.
Ma c'è un altro livello ancora.
Ogni famiglia porta con sé una propria idea di cosa significhi vivere con un cane.
Che cosa si aspettano da lui?
Che cosa significa, per loro, essere una "buona famiglia"?
Che cosa significa avere un cane equilibrato?
Queste convinzioni non sono semplici opinioni.
Entrano nella relazione e la modellano.
Influenzano il modo in cui il comportamento viene interpretato e il modo in cui si risponde ai bisogni del cane. Per questo, nella consulenza cognitivo-relazionale, diventano importanti tanto quanto l'osservazione del comportamento.
Non ci interessa soltanto che cosa fa il cane.
Ci interessa comprendere che cosa quel comportamento significa per il cane, per ciascun membro della famiglia e, infine, anche per noi professionisti.
Per questo motivo il comportamento non può essere spiegato soltanto attraverso l'etologia, né soltanto attraverso la psicologia, né soltanto attraverso la famiglia.
È l'incontro tra biologia, storia individuale, relazioni e contesto che permette di comprenderne il significato. Ed è da qui che nasce la Consulenza Cognitivo-Relazionale.
Perché non cerca semplicemente di spiegare un comportamento, cerca di comprendere l'individuo all'interno del mondo di relazioni che, ogni giorno, contribuisce a costruire e dal quale, ogni giorno, viene trasformato.

La comprensione nasce dall’incontro di tre mondi esperienziali:CaneFamigliaProfessionista
06/08/2026

La comprensione nasce dall’incontro di tre mondi esperienziali:
Cane
Famiglia
Professionista

Perché alcuni cani non migliorano davvero?
Ci sono cani che manifestano fobie, stati ansiosi e ipervigilanza.
Partecipano con profitto alle sedute riabilitative. Durante le sedute, infatti, riescono ad affrontare situazioni difficili, mostrano maggiore regolazione emotiva e sembrano acquisire nuove competenze.
Poi, però, tornano nella loro quotidianità... e tutto sembra ricominciare da capo.
Perché?
In questi casi dovremmo interrogarci:
"Che cosa accade nella relazione quando il cane torna a casa?"
Per comprendere questi casi dobbiamo necessariamente conoscere chi sono i proprietari o per lo meno come stanno vivendo il disagio del loro cane?
Che cosa suscita in loro vedere il proprio cane andare in crisi?
Se osserviamo con attenzione, scopriamo che molto spesso si tratta di persone profondamente coinvolte, che soffrono insieme al loro cane. Ma quella sofferenza può assumere una forma particolare, di critica o giudizio, con una semantica dell’altro come colui che continua a "sbagliare", che "potrebbe farcela se solo volesse", che dopo tutto il lavoro fatto "non dovrebbe più comportarsi così". Senza accorgersene, il comportamento del cane viene interpretato come un errore e il cane finisce per essere, almeno emotivamente, colpevolizzato.
Ed è proprio qui che la riabilitazione rischia di arrestarsi. Un individuo che prova paura non ha bisogno di sentirsi giudicato. Ha bisogno di trovare una relazione che protegge capace di contenere quella paura. Quando, invece, il disagio viene accolto con critica o esasperazione, il sistema motivazionale di attaccamento fatica a raggiungere la propria meta.
Al suo posto continua a dominare il sistema di difesa.
Il cane rimane in uno stato di allerta, nel quale la paura continua ad alimentare altra paura.
Per questo il nostro approccio si definisce cognitivo-relazionale.
Perché non lavoriamo soltanto sul cane. Lavoriamo sulla relazione. Sulla possibilità,cioè, che il bisogno di uno trovi una risposta sufficientemente adeguata nell'altro.
Ma questa riflessione riguarda anche noi professionisti.
Quando incontriamo una famiglia che fatica a cambiare...Quando il cane continua a manifestare difficoltà...Che cosa succede dentro di noi?
Che cosa proviamo nei confronti di quei proprietari?
Se fossimo sinceri, probabilmente scopriremmo che anche noi, a volte, diventiamo critici.
Giudicanti. Pensiamo che "non siano abbastanza coerenti", "non seguano le indicazioni", "non si impegnino abbastanza". In altre parole, rischiamo di fare con la famiglia esattamente ciò che la famiglia sta facendo con il cane.
E allora forse il punto da cui partire è:
"In che modo ciascuno di noi, dentro questa relazione, sta contribuendo a mantenere il problema... e in che modo potrebbe invece diventare parte della soluzione?"
Perché nessuno cambia da solo, neppure la famiglia.
E nessuno riesce ad affrontare i propri demoni sentendosi continuamente giudicato, o sentendosi dire cosa dovrebbe o non dovrebbe fare.
La riabilitazione inizia quando, al posto del giudizio, compare la comprensione.
Ed è lì che, finalmente, il cambiamento diventa possibile.

06/08/2026

A settembre torneremo con la programmazione degli eventi formativi previsti per la fine 2026 e la prima parte 2027.
Vi anticipiamo che nel 2027 tornerà il Corso di Perfezionamento

AGORÀ: il valore dell’ equipe interdisciplinare

Il consiglio è quello di restare attenti alle prossime novità su questa pagina!

Indirizzo

Via Belvedere 8
Brescia
25123

Orario di apertura

Lunedì 00:00 - 23:59
Martedì 00:00 - 23:59
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Giovedì 00:00 - 23:59
Venerdì 00:00 - 23:59
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Domenica 00:00 - 23:59

Telefono

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