Tambra ASD

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Tambra ASD Percorsi completi per il benessere: prevenzione, riabilitazione e programmi di educazione pensati per migliorare la qualità di vita del tuo cane.

TAMBRA ASD è un’Associazione Sportiva Dilettantistica che nasce nel 2011 con l’intento di promuovere cultura cinofila secondo un approccio Cognitivo-Relazionale. La passione per i cani e per il lavoro svolto con loro ha favorito gli incontri che dal 2011 hanno permesso l’evolversi della nostra associazione che si caratterizza per innovazione grazie agli scambi intellettuali tra i professionisti e forte interesse per le nuove scoperete neuroscientifiche. Noi di TAMBRA ci occupiamo di cinofilia in tutti i suoi aspetti. Organizziamo corsi di educazione cinofila che coinvolgono i cani con le loro
famiglie, corsi di attività cinofile sportive con un’attenzione particolare alle attività di ricerca olfattiva in chiave educativa, ludico-ricreativa e riabilitativa, forniamo consulenze private per cani e gatti con problemi comportamentali e seguiamo i
percorsi riabilitativi successivi. Mettiamo al centro di ogni progetto la relazione cane-conviventi umani e all’interno di questa cerchiamo di indirizzare i percorsi di crescita dei cani di famiglia. Curiamo le esperienze dentro e fuori casa, cercando di seguire le famiglie in ogni ambito della vita in cui è coinvolto il cane al fine di rendere il più serena possibile questa convivenza al punto da poter godere tutti della relazione con il cane e farne un punto di forza di tutto il sistema. I percorsi educativi e riabilitativi sono sempre progettati a misura del cane, della sua
famiglia e del contesto di vita nel quale sono inseriti. Dopo una prima consulenza che permette di raccogliere più informazioni possibili rispetto al cane, alla sua famiglia e al contesto di vita, progettiamo il percorso più adatto al raggiungimento degli obiettivi prefissati. Operiamo sia su Brescia e provincia. SITO www.asdtambra.it

“L'abbiamo preso in un allevamento prestigioso. Non ci aspettavamo un cane così.”Ha sette mesi.Una genealogia importante...
23/10/2026

“L'abbiamo preso in un allevamento prestigioso. Non ci aspettavamo un cane così.”
Ha sette mesi.
Una genealogia importante, genitori selezionati, un allevamento prestigioso scelto con attenzione.
La famiglia lo ha aspettato immaginando passeggiate, viaggi, giornate fuori, amici a casa, magari una vita piena di esperienze condivise.
Poi il cane arriva.
E qualcosa non corrisponde al cane che avevano immaginato.
Fuori si blocca.
Le persone lo preoccupano.
Gli ambienti nuovi sembrano sopraffarlo.
Un rumore improvviso può farlo tentare di allontanarsi.
L'ingresso di un estraneo in casa diventa difficile. Anche i movimenti degli stessi familiari possono metterlo in difficoltà.
A volte cerca di evitare. Altre volte può comparire una risposta difensiva: abbaia, ringhia, si proietta in avanti.
Ed è allora che la famiglia dice:
“Ma com'è possibile? Viene da un ottimo allevamento.”
Forse perché pedigree e genealogia ci raccontano alcune cose di un cane.
Non ci raccontano tutta la sua storia.
A sette o otto mesi non stiamo accogliendo semplicemente un cucciolo un po' più grande.
Stiamo adottando un individuo che ha già trascorso una parte significativa del proprio sviluppo in un altro ambiente dove tipologia e intensità delle esperienze sono circoscritte
Poi, improvvisamente, con l’adozione cambia tutto.
Le persone di riferimento, la casa, gli odori. I rumori, i ritmi, le richieste.
Il luogo nel quale dormire, Il modo di passeggiare.
Gli ambienti che deve attraversare.
Ciò che per noi rappresenta l'inizio di una bellissima vita insieme, per quel cane può essere inizialmente una gigantesca perdita di prevedibilità.
Alcuni cani attraversano questo cambiamento con grande flessibilità, spinti da curiosità e senso di fiducia.
Altri molto meno.
In questi ultimi la paura può diventare una componente importante dello stato emotivo e, in determinate situazioni, accompagnarsi a comportamenti difensivi.
Questo non significa automaticamente che qualcuno abbia “rovinato” quel cane.
E neppure che esista una spiegazione unica.
Predisposizioni individuali, esperienze precedenti, qualità e varietà delle esperienze durante lo sviluppo, caratteristiche dell'ambiente di provenienza, cambiamento di contesto e modalità con cui avviene l'inserimento possono concorrere in maniera diversa.
Ma nel frattempo succede qualcosa anche dall'altra parte del guinzaglio.
Perché anche la famiglia deve affrontare una perdita.
Quella del cane che aveva immaginato.
Aveva pensato alle passeggiate e adesso deve scegliere strade e orari.
Aveva immaginato di portarlo ovunque e scopre che alcuni ambienti sono troppo difficili.
Aveva pensato agli amici a casa e adesso un ospite può diventare un problema da gestire.
Aveva scelto accuratamente razza, allevamento e genealogia anche per ridurre l'incertezza.
E si ritrova davanti un individuo che le chiede di rivedere molte delle proprie aspettative e delle proprie abitudini.
Questo passaggio può essere doloroso.
Possono comparire delusione, preoccupazione, frustrazione e anche la sensazione di essere stati traditi o frodati:
“Non era questa la vita che avevamo immaginato.”
Ed è una frase che, secondo me, dobbiamo poter ascoltare senza giudicarla.
Perché un percorso comportamentale, in questi casi, non riguarda soltanto il cane.
Significa aiutare quel giovane individuo a costruire progressivamente maggiore prevedibilità, sicurezza e competenze nel nuovo ambiente.
Ma significa anche accompagnare la famiglia nel passaggio dal cane immaginato al cane che ha realmente davanti.
Non per rinunciare a ogni progetto.
Ma per chiedersi quali esperienze siano possibili oggi, quali possano diventarlo domani e quali aspettative abbiano bisogno di essere temporaneamente — o talvolta definitivamente — ridiscusse.
Perché accogliere un cane di sette o otto mesi non significa scrivere una storia da zero.
Significa incontrare una storia che è già cominciata.
E prima di chiederci quanto quel cane riuscirà ad adattarsi alla vita che avevamo preparato per lui, forse dovremmo domandarci:
quanto siamo disponibili a conoscere chi è arrivato, prima di chiedergli di diventare chi avevamo immaginato?

Webinar con Roberto Bonanni sulla domesticazione del cane e sui risvolti comportamentali è confermato! Teniamo aperte le...
22/10/2026

Webinar con Roberto Bonanni sulla domesticazione del cane e sui risvolti comportamentali è confermato! Teniamo aperte le iscrizioni per gli ultimi ritardatari.
1 novembre piattaf. Zoom

Poi tornerà cambiato.”A volte abbiamo bisogno di credere che il cambiamento possa avere un luogo, una data, un evento pr...
21/10/2026

Poi tornerà cambiato.”
A volte abbiamo bisogno di credere che il cambiamento possa avere un luogo, una data, un evento preciso.
“Lo mando una settimana dall'addestratore. Quando tornerà sarà cambiato.”
È una prospettiva rassicurante.
C'è un problema, affidiamo il cane a qualcuno competente e aspettiamo che ci venga restituito diverso, migliorato. Magari durante quella settimana il cane impara davvero molte cose.
Ma c'è una domanda che rischia di rimanere fuori:
che cosa accadrà quando quel cane tornerà dentro la stessa relazione dalla quale è partito?
Perché mentre lui era via, noi potremmo non esserci occupati affatto di ciò che accade quotidianamente tra noi: del modo in cui reagiamo quando si agita, di quanto anticipiamo i suoi comportamenti, delle aspettative che abbiamo costruito.
Di ciò che favoriamo, impediamo, interpretiamo. Delle emozioni che i suoi comportamenti suscitano in noi e di come queste modificano il nostro modo di stare con lui.
Possiamo ricevere indietro un cane che ha acquisito nuove competenze.
Ma se lo rimettiamo esattamente dentro le stesse dinamiche, non possiamo aspettarci che tutto ciò che accadeva prima scompaia semplicemente perché lui è stato altrove.
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Oppure possiamo fare qualcosa di diverso.
“Lì è bravissimo. Lo porto sempre in quel posto perché lì non ha problemi.”
Troviamo il bosco isolato, la passeggiata senza cani. Il campo recintato. La casa di campagna dove finalmente sembra rilassarsi.
Quel cambiamento è reale perché il contesto modifica profondamente il comportamento.
Un ambiente con meno stimoli, maggiore possibilità di movimento, distanze più ampie o maggiore prevedibilità può permettere al cane di funzionare molto diversamente.
Ma proprio per questo dovremmo stare attenti alla conclusione.
Non necessariamente abbiamo risolto il problema. Potremmo aver trovato un contesto nel quale il problema non emerge.
E’ certamente un'informazione preziosa che ci racconta qualcosa sulle condizioni nelle quali quel cane riesce a stare meglio.
Il rischio nasce quando attribuiamo al luogo un potere trasformativo che non ha necessariamente avuto.
Perché prima o poi torneremo a casa e ritroveremo il pianerottolo con i vicini, il marciapiede stretto, le persone, i cani, i rumori.
Una delle domande da porsi è: “Dove sta bene?”
Ma è necessario chiedersi anche:
“Che cosa ci insegna quel luogo sulle condizioni di cui ha bisogno per riuscire progressivamente a stare meglio anche altrove?”
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Poi c'è una terza possibilità, che riguarda direttamente noi.
“Questo weekend vado al seminario di quel professionista famosissimo. Finalmente capirò cosa devo fare.”
Partiamo, ascoltiamo per due giorni concetti illuminanti, prendiamo appunti.
Torniamo a casa pieni di idee e di buoni propositi.
Probabilmente per qualche giorno guardiamo persino il nostro cane con occhi diversi.
Anche qui l'esperienza può essere autenticamente importante, perché può farci vedere qualcosa che non avevamo mai considerato.
Può mettere in discussione convinzioni, può darci strumenti nuovi.
Ma il seminario apre una possibilità. Non realizza il cambiamento al posto nostro.
Perché lunedì mattina saremo nuovamente davanti allo stesso cane e lui farà quella cosa che ci manda fuori di testa. Tirerà, abbaierà, non tornerà al richiamo.
Si agiterà quando entra qualcuno. Ci ringhierà dopo averci rubato qualcosa.
In quel momento non avremo davanti il relatore del seminario. Ci saremo noi, con le nostre abitudini, le nostre aspettative, la nostra frustrazione e il nostro modo abituale di rispondere.
È lì che scopriremo se qualcosa di quel weekend è entrato realmente nella nostra relazione oppure se abbiamo semplicemente aggiunto un'esperienza molto interessante alla struttura di sempre.
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Sono tre situazioni apparentemente molto diverse ma per certi versi simili.
Il problema non è mandare un cane da un professionista, frequentare ambienti nei quali sta meglio o partecipare a un seminario.
Il problema nasce quando attribuiamo a quell'esperienza il compito di produrre, da sola, un cambiamento che dovrà poi vivere nella quotidianità.
Perché forse abbiamo bisogno di credere che il cambiamento abbia una scena precisa:
una settimana.
Un posto.
Un weekend.
È molto più rassicurante che accettare l'idea che alcuni dei cambiamenti, quelli più importanti, siano molto meno spettacolari. Accadono martedì mattina, nel solito posto e con il solito cane.
Quando lui mette in atto per la centesima volta lo stesso comportamento...
e noi, per la prima volta, riusciamo a rispondere diversamente.
Forse è proprio lì che qualcosa comincia davvero a cambiare.

Ci sono cose che bisogna essere presenti per poter vedere.Quando incontro una famiglia per una consulenza comportamental...
19/10/2026

Ci sono cose che bisogna essere presenti per poter vedere.
Quando incontro una famiglia per una consulenza comportamentale, non ascolto soltanto ciò che mi racconta del proprio cane.
Ascolto anche come me lo racconta: le parole che sceglie, gli episodi che porta come esempio.
Quelli sui quali ritorna più volte, ciò a cui attribuisce maggiore importanza e ciò che, invece, sembra passare quasi inosservato.
Ascolto quando dice:
“È testardo.”
“Ha paura di tutto.”
“Mi protegge.”
“Lo fa apposta.”
“Vuole sempre stare con me.”
Perché le parole non descrivono semplicemente ciò che vediamo.
Raccontano anche il significato che abbiamo imparato ad attribuire a ciò che vediamo.
E quel significato entra inevitabilmente nella relazione con il cane e nel modo in cui rispondiamo ai suoi comportamenti.
Poi ci sono gli esempi. Una famiglia può dirmi che il cane è molto autonomo e, raccontandomelo, descrivere cinque situazioni nelle quali controlla continuamente dove si trova.
Può dirmi che “adora essere accarezzato” e poi raccontarmi che dopo qualche minuto si alza e cambia posto.
Può parlarmi soprattutto delle volte in cui il cane abbaia e quasi non accorgersi di tutte quelle nelle quali riesce a osservare qualcosa e poi allontanarsi.
Non significa che la famiglia stia raccontando male il proprio cane.
Ognuno di noi osserva attraverso ciò che già conosce, ciò che si aspetta e ciò a cui ha imparato a dare importanza.
Ed è proprio per questo che una consulenza non può ridursi alla semplice raccolta di una serie di informazioni. Durante un incontro in presenza posso ascoltare il racconto e, contemporaneamente, osservare ciò che sta accadendo mentre quel racconto prende forma.
Dove si mette il cane mentre parliamo.
Quanto esplora.
Come reagisce alla mia presenza.
Quanto cerca la propria persona e cosa accade quando la raggiunge.
Ma osservo anche la persona.
I gesti che compie quasi automaticamente.
Una mano che accarezza mentre mi racconta che il cane è agitato.
Un guinzaglio che si accorcia non appena compare qualcosa all'orizzonte.
Uno sguardo che anticipa continuamente il cane.
Una richiesta ripetuta senza quasi rendersene conto.
Un corpo che si irrigidisce qualche istante prima che il cane reagisca.
Non perché in quei gesti debba necessariamente esserci la causa del problema.
Sarebbe una lettura altrettanto semplicistica, perché fanno parte del sistema che sto cercando di conoscere.
E c'è un'altra cosa ancora più interessante: spesso noi non omettiamo intenzionalmente le informazioni importanti.
Semplicemente, non possiamo raccontare qualcosa che non abbiamo ancora imparato a osservare.
Una famiglia può descrivermi perfettamente il momento in cui il cane esplode e non essersi mai accorta di ciò che accade nei trenta secondi precedenti.
Può ricordare perfettamente il ringhio e non il progressivo irrigidimento del corpo.
Può raccontarmi ciò che fa il cane e non essersi mai accorta di ciò che fa lei contemporaneamente.
È qui che la presenza acquista per me un valore particolare.
Perché cane, famiglia e professionista entrano realmente in relazione.
Anche io divento parte di quel sistema. Posso modificare una distanza, proporre un'attività, chiedere alla persona di aspettare prima di intervenire, cambiare posizione o semplicemente osservare cosa succede quando lasciamo al cane qualche secondo in più e vedere cosa cambia.
Per questo considero video, questionari e consulenze online strumenti estremamente utili, ma non sempre sovrapponibili all'incontro in presenza.
A distanza posso raccogliere una storia, vedere determinati comportamenti, formulare ipotesi e offrire indicazioni.
In presenza posso fare qualcosa in più:
ascoltare ciò che mi viene raccontato, osservare come viene raccontato e vedere ciò che, in quel momento, nessuno sta ancora raccontando.
E qualche volta l'informazione più preziosa è proprio lì.
Non in ciò che la famiglia ha dimenticato di dirmi.
Ma in qualcosa che non aveva ancora avuto la possibilità di vedere.

A UN CERTO PUNTO, NON BASTA PIÙ OSSERVARE.Arriva il momento in cui bisogna mettersi in gioco.Guardare un cane, provare a...
18/10/2026

A UN CERTO PUNTO, NON BASTA PIÙ OSSERVARE.
Arriva il momento in cui bisogna mettersi in gioco.
Guardare un cane, provare a comprenderlo, formulare un'ipotesi. E poi scegliere come intervenire, sapendo che quella scelta avrà un significato per lui e per la sua famiglia.
È un passaggio delicato. A volte emozionante. Perché è lì che la conoscenza comincia a diventare responsabilità.
Si è appena concluso XI modulo del Corso Istruttori EsCAC, con Federica Manunta e Attilio Miconi Miconi.

Nel nostro percorso formativo i casi non vengono soltanto raccontati. Vengono incontrati, osservati e seguiti nel tempo.
I corsisti imparano a conoscerne la storia, a confrontare le proprie ipotesi con quelle dell'équipe e, progressivamente, a partecipare alla conduzione delle sedute sotto supervisione.
La clinica entra nella formazione. E la formazione ritorna alla clinica.
Ogni caso porta domande. Ogni confronto apre nuove prospettive. Ogni scelta diventa un'occasione per imparare, anche quando significa riconoscere di dover cambiare strada.
Perché non vogliamo formare professionisti che sappiano ripetere ciò che hanno visto fare.
Vogliamo accompagnare persone capaci di pensare con la propria testa, lavorare insieme e sentire la responsabilità di ciò che fanno.
Prima osservare. Poi comprendere. Poi provare. Infine scegliere.
È così che, un'esperienza alla volta, si costruisce un professionista.
Tambra — La formazione prende forma nell'esperienza.
Grazie a tutte le famiglie che ci scelgono e acconsentono a partecipare a queste giornate di formazione

“Non c'è niente di cui avere paura.”Il cane si blocca davanti a un sacchetto mosso dal vento. Non vuole passare accanto ...
16/10/2026

“Non c'è niente di cui avere paura.”
Il cane si blocca davanti a un sacchetto mosso dal vento.
Non vuole passare accanto a una statua.
Si spaventa per un oggetto comparso improvvisamente sul marciapiede.
E noi facciamo una cosa molto umana.
Guardiamo l'oggetto.
“Ma è solo un sacchetto.”
“Non fa niente.”
“Lo conosci.”
“Non c'è niente di cui avere paura.”
Il problema è che, in quel momento, noi stiamo parlando del sacchetto.
Il cane, invece, ci sta parlando della sua paura.
Per noi quell'oggetto è innocuo.
Per lui, in quel momento, evidentemente non lo è.
E queste due realtà possono coesistere.
Non perché il cane “veda pericoli dove non ce ne sono” in senso irrazionale, ma perché la risposta emotiva non nasce dalla nostra valutazione oggettiva di ciò che ha davanti.
Nasce da come il suo sistema percettivo ed emotivo sta interpretando quella situazione, sulla base delle informazioni disponibili, delle esperienze precedenti e dello stato in cui si trova in quel momento.
Per questo dimostrargli che “non succede niente” non è sempre sufficiente.
E soprattutto può essere controproducente se, per dimostrarglielo, lo trasciniamo proprio verso ciò che lo preoccupa.
Per noi significa:
“Vieni a vedere che non è pericoloso.”
Per lui l'esperienza potrebbe diventare:
“Quando qualcosa mi spaventa, non posso allontanarmi e la persona con cui sono mi porta ancora più vicino.”
Ma esiste anche l'errore opposto.
Vedere il cane spaventato e far sparire immediatamente qualunque cosa gli provochi disagio, impedendogli sistematicamente di osservarla o raccogliere informazioni.
Proteggere è importante.
Ma proteggere non significa necessariamente costruire un mondo nel quale ciò che fa paura deve sempre scomparire.
Tra costringerlo ad avvicinarsi e far sparire il mondo davanti a lui esiste uno spazio molto più interessante.
Possiamo fermarci.
Aumentare la distanza.
Lasciarlo osservare.
Permettergli di raccogliere informazioni.
Aspettare che il suo stato emotivo gli consenta nuovamente di esplorare.
Avvicinarci, eventualmente, quando è lui a mostrarci di poterlo fare.
E soprattutto possiamo rimanere con lui senza assumere né la sua paura né la sua rappresentazione del pericolo.
È forse una delle funzioni più importanti della relazione:
“Vedo che questa cosa ti preoccupa. Non ho bisogno di costringerti ad affrontarla. Ma io, qui con te, non la considero una minaccia.”
Non possiamo spiegarglielo a parole.
Possiamo però comunicarlo attraverso il nostro comportamento: le distanze che scegliamo, la tensione del nostro corpo, il guinzaglio, la possibilità che gli lasciamo di fermarsi, esplorare o allontanarsi e il modo in cui attraversiamo insieme quella situazione.
È anche attraverso esperienze come queste che può avvenire qualcosa di importante.
Il cane non impara semplicemente:
“Il sacchetto non fa paura.”
Può imparare qualcosa di molto più generale:
“Posso provare paura senza dover necessariamente fuggire o difendermi. Posso raccogliere informazioni. Posso utilizzare la mia famiglia. Posso aspettare. E quello che inizialmente avevo percepito come pericoloso può rivelarsi diverso da come me lo aspettavo.”
La paura è reale.
Il pericolo percepito non necessariamente lo è.
Aiutare un cane significa riuscire a tenere insieme entrambe queste cose:
prendere sul serio ciò che sente, senza confermargli che il mondo sia pericoloso quanto in quel momento gli appare.

PRIMA OSSERVARE. POI COMPRENDERE. POI PROVARE. INFINE SCEGLIERE.📍 17–18 ottobre | XI modulo del Corso Istruttori EsCACCo...
15/10/2026

PRIMA OSSERVARE. POI COMPRENDERE. POI PROVARE. INFINE SCEGLIERE.
📍 17–18 ottobre | XI modulo del Corso Istruttori EsCAC
Con Federica Manunta e Attilio Miconi
Come si impara davvero a lavorare con un cane che presenta difficoltà comportamentali?
La teoria è fondamentale. Ma da sola non basta.
Nel Corso Istruttori EsCAC di Tambra, conoscenza, osservazione, esperienza e confronto si intrecciano continuamente.
I casi non vengono soltanto raccontati. Vengono seguiti.
I corsisti incontrano casi reali presi in carico dall'équipe Tambra, ne osservano l'evoluzione, discutono le ipotesi e analizzano le scelte riabilitative.
Progressivamente passano dall'osservazione alla partecipazione, fino alla conduzione delle sedute sotto supervisione.
Perché formare un EsCAC non significa insegnargli a ripetere ciò che fa un docente, ma accompagnarlo a costruire un pensiero professionale autonomo, consapevole e responsabile.
Tambra – La formazione prende forma nell'esperienza.

“Cosa facciamo oggi?”È una domanda semplice.Una di quelle che possiamo farci guardando il nostro cane in una mattina lib...
14/10/2026

“Cosa facciamo oggi?”
È una domanda semplice.
Una di quelle che possiamo farci guardando il nostro cane in una mattina libera.
Andiamo in un posto nuovo?
Facciamo una passeggiata?
Ci fermiamo al bar?
Vediamo degli amici?
Partiamo per una giornata fuori?
Quando un cane possiede un buon equilibrio emotivo, possiamo permetterci una certa dose di improvvisazione.
Possiamo scegliere tra molte possibilità perché, con ragionevole probabilità, sarà in grado di attraversare piccoli imprevisti, novità, cambiamenti di programma e incontri senza che tutto questo diventi per lui eccessivamente difficile.
Con alcuni cani, invece, la domanda “cosa facciamo oggi?” quasi non esiste.
La risposta è già scritta.
Facciamo quella passeggiata, a quell'ora, perché sappiamo che incontreremo poche persone.
Andiamo in quel posto perché è uno dei pochi che riesce a frequentare.
Evitiamo quell'altro perché potrebbero esserci cani.
Non invitiamo persone a casa.
Non possiamo portarlo con noi, ma neppure lasciarlo solo troppo a lungo.
Controlliamo orari, distanze, percorsi, incontri.
La vita finisce per organizzarsi intorno a ciò che il cane riesce a tollerare.
E non è necessariamente una cattiva gestione.
Anzi, molto spesso è proprio ciò che una famiglia impara a fare per proteggerlo e permettergli di vivere nel modo migliore possibile.
Ma ci racconta qualcosa di importante sulla qualità della vita.
Le difficoltà comportamentali non riguardano soltanto il comportamento problematico.
Una paura importante non è soltanto “abbaia alle persone”.
Un problema di separazione non è soltanto “vocalizza quando rimane solo”.
Una grave difficoltà nella regolazione emotiva non è soltanto “si agita”.
Conta quanto quella difficoltà restringe la vita.
Quante esperienze rende impossibili.
Quanta flessibilità sottrae.
Quanto riduce la possibilità di esplorare, scegliere, costruire relazioni, affrontare una novità e recuperare dopo una difficoltà.
E inevitabilmente può restringere anche la vita della famiglia.
Per questo faccio fatica quando la soluzione proposta a questi cani viene sintetizzata nel restituire loro una vita più “libera”, “naturale”, “ricca di esperienze”.
Perché rischiamo di confondere il punto di arrivo con il punto di partenza.
Un cane che vive il mondo come eccessivamente imprevedibile, minaccioso o difficile da gestire non necessariamente starà meglio perché aumentiamo immediatamente esperienze, libertà e possibilità.
Potrebbe semplicemente trovarsi davanti a più cose che non è ancora in grado di affrontare.
La libertà, per essere realmente tale, deve poter essere utilizzata.
Un ambiente ricco, per essere davvero arricchente, deve poter essere esplorato senza esserne sopraffatti.
Una vita sociale, per essere appagante, deve poter essere vissuta senza che ogni incontro diventi qualcosa da controllare, evitare o sopportare.
E allora forse il lavoro riabilitativo serve anche a questo:
ad allargare progressivamente la vita.
Non necessariamente facendo subito più cose.
Ma aiutando quel cane a costruire le competenze emotive, cognitive e relazionali che gli permetteranno, un giorno, di poter fare più cose e soprattutto di poterne godere.
Forse uno degli indicatori più belli del cambiamento arriva proprio quando una famiglia smette lentamente di organizzare ogni giornata intorno al problema.
E può finalmente tornare a guardare il proprio cane e chiedergli:
“Cosa facciamo oggi?”
La vita ricca, libera e appagante non è sempre la terapia.
A volte è ciò che la terapia cerca di rendere possibile

IL FINE NON GIUSTIFICA I MEZZI.Nemmeno quando il fine dichiarato è il benessere del cane.Non possiamo valutare la qualit...
13/10/2026

IL FINE NON GIUSTIFICA I MEZZI.
Nemmeno quando il fine dichiarato è il benessere del cane.
Non possiamo valutare la qualità di un intervento educativo o riabilitativo soltanto osservando il risultato finale.
Conta anche ciò che il cane ha vissuto per arrivarci.
La paura, il dolore, la coercizione e la sofferenza non diventano accettabili perché, alla fine, un comportamento problematico è scomparso o la gestione quotidiana è diventata più semplice.
Il benessere animale non è un traguardo da raggiungere a qualsiasi costo.
È un principio che deve guidare l'intero percorso.
Il confronto tra professionisti è importante. La pluralità delle competenze è una ricchezza. Ma il confronto non può significare rinunciare a distinguere tra pratiche rispettose del benessere animale e pratiche che lo compromettono.
Non tutto può essere ricondotto a una semplice differenza di metodo.
Perché l'etica professionale non è una questione di appartenenza a una scuola di pensiero.
È una responsabilità verso gli esseri viventi di cui ci occupiamo.
Il fine non giustifica i mezzi. I mezzi sono parte integrante del fine.

QUANTI PROFESSIONISTI SERVONO PER FARE UN’ÉQUIPE?La risposta non è un numero.Un Medico Veterinario Esperto in Comportame...
12/10/2026

QUANTI PROFESSIONISTI SERVONO PER FARE UN’ÉQUIPE?

La risposta non è un numero.
Un Medico Veterinario Esperto in Comportamento, un Istruttore EsCAC e altri professionisti possono occuparsi dello stesso cane, confrontarsi, scambiarsi informazioni e intervenire ciascuno nel proprio ambito.
Lavorare sullo stesso caso non significa necessariamente lavorare in équipe.

Cosa succede quando le osservazioni sono diverse?
Quando le ipotesi non coincidono?
Quando occorre trasformare competenze, prospettive e responsabilità differenti in un unico progetto per il cane e la sua famiglia?

È qui che emerge una competenza spesso data per scontata, ma che non lo è affatto: saper pensare insieme.

Un'équipe non nasce semplicemente mettendo insieme professionisti competenti.
Si costruisce imparando a confrontarsi, a riconoscere il valore degli sguardi differenti, a discutere le proprie ipotesi e a prendere decisioni condivise. L'interdisciplinarità non è la somma delle competenze. È ciò che siamo capaci di costruire mettendole in relazione.

Da questa convinzione nasce
AGORÀ – Il valore dell'équipe interdisciplinare.

Un percorso di perfezionamento in 4 weekend, pensato per Istruttori/ EsCAC e Medici Veterinari Esperti in Comportamento, nel quale il lavoro d'équipe non è soltanto un argomento di studio.

È la competenza che impariamo a sviluppare, attraverso il confronto e il lavoro sui casi.

📍 Brescia | Da febbraio 2027

AGORÀ. Non un corso con un'équipe di docenti. Un percorso per imparare a essere équipe.

Per informazioni e programma: 338 5822516
www.asdtambra.it

Da anni nella nostra Scuola lavorano e si confrontano professionisti provenienti da ambiti differenti.
Medicina Veterinaria Comportamentale, Istruzione e Riabilitazione Cinofila, Educazione Cinofila, Psicologia e altre competenze entrano nella lettura di situazioni complesse portando linguaggi, strumenti, responsabilità e punti di osservazione diversi.
Ed è proprio da questa esperienza che abbiamo imparato una cosa importante:
mettere intorno allo stesso tavolo professionisti diversi non crea automaticamente un'équipe interdisciplinare. Così come osservarli semplicemente lavorare non insegna a lavorare in equipe
L'interdisciplinarità è imparare a costruire una lettura del caso nella quale prospettive differenti possano integrarsi senza confondersi. È sapere quali informazioni condividere, come comunicarle e come trasformarle in ipotesi di lavoro. È riuscire a costruire obiettivi comuni mantenendo chiare le responsabilità professionali.
Ma significa anche affrontare ciò che nella realtà rende il lavoro d'équipe molto più complesso di quanto appaia sulla carta: gestire il cliente, il paziente, le aspettative, le divergenze tra professionisti, i cambiamenti del progetto e, inevitabilmente, anche i conflitti.
Lavorare bene insieme non significa necessariamente essere sempre d'accordo, anzi, significa sapere cosa fare quando non lo siamo.
Negli anni, il confronto quotidiano tra le diverse professionalità presenti in Tambra ci ha permesso di trasformare questa esperienza in un metodo di lavoro e, oggi, in un metodo per insegnare il lavoro interdisciplinare.
È da qui che nasce AGORÀ: il valore dell’equipe interdisciplinare.
Non abbiamo voluto costruire un corso nel quale professionisti differenti si alternano semplicemente come docenti ma vogliamo portare i partecipanti dentro il processo attraverso il quale professionisti differenti imparano a pensare e lavorare insieme.
Per questo il percorso parte dalla lettura del caso, passa attraverso la costruzione condivisa del progetto terapeutico e dell'alleanza con la famiglia e arriva fino al lavoro diretto all'interno dell'équipe.
Si osserva.
Si discute.
Si formulano ipotesi.
Si incontrano punti di vista differenti.
Si prendono decisioni.
Si affrontano divergenze.
Si costruisce insieme.
Tutto questo non immaginando dei casi ipotetici o presentati attraverso dei filmati ma con casi reali direttamente presenti durante gli incontri.
È questa, per noi, la vera formazione interdisciplinare.
Nella formazione cinofila italiana si parla sempre più spesso di collaborazione tra figure professionali. AGORÀ vuole fare un passo ulteriore: trasformare la capacità di lavorare in équipe in un vero oggetto di formazione e perfezionamento professionale.
Conoscere il proprio ruolo è indispensabile, come conoscere il ruolo degli altri.
Saper costruire insieme un pensiero, una decisione e un progetto è un'altra competenza ancora.
Il Corso Istruttori EsCAC forma il professionista.
AGORÀ forma il professionista al lavoro in équipe.
AGORÀ: il valore dell'équipe interdisciplinare
Percorso di Perfezionamento per professionisti che scelgono di non lasciare la collaborazione all'improvvisazione.
Da febbraio 2027.

Indirizzo

Via Belvedere 8
Brescia
25013

Orario di apertura

Martedì 09:00 - 19:00
Mercoledì 09:00 - 19:00
Giovedì 09:00 - 19:00
Venerdì 09:00 - 19:00
Sabato 09:00 - 19:00
Domenica 09:00 - 17:00

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