30/07/2026
𝗔𝗿𝗴𝗼 𝗮𝘃𝗲𝘃𝗮 𝗱𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗶𝘂𝘁𝗼 𝗨𝗹𝗶𝘀𝘀𝗲?
C’è una scena dell’Odissea che, leggendola, mi ha sempre emozionato.
È quella di Ulisse quando torna a Itaca dopo vent’anni. È invecchiato e travestito da mendicante per passare inosservato. Gli umani non lo riconoscono, ma Argo sì, non ha dubbi che sia il suo familiare umano.
Il vecchio cane, ormai stanco e vicino alla fine della sua vita, lo vede, abbassa le orecchie e scondinzola festosamente. Ulisse trattiene una lacrima e Argo, poco dopo, finalmente si può lasciare andare e muore sereno dopo aver rivisto il suo familiare umano.
Ora, prima che qualcuno dica che Omero aveva già scoperto l’etologia cognitiva qualche millennio prima di noi, è bene chiarire una cosa: Argo è un personaggio letterario e quella scena non dimostra che un cane possa riconoscere una persona dopo vent’anni.
Però quelle pagine mi hanno ispirato a pormi una domanda bellissima che condivido con voi: quanto a lungo un cane può ricordarsi di qualcuno o di qualcosa che ha fatto parte della sua vita?
I cani hanno una memoria a lungo termine e la ricerca ci racconta qualcosa di molto più interessante della vecchia idea, spesso ancora presente, del cane che vive esclusivamente nel presente.
I cani conservano ricordi anche dopo moltissimo tempo, riconoscono individui familiari anche dopo anni e possono mantenere informazioni relative a esperienze vissute insieme a loro. Alcuni esperimenti hanno mostrato persino capacità definite 𝘦𝘱𝘪𝘴𝘰𝘥𝘪𝘤-𝘭𝘪𝘬𝘦, cioè caratteristiche che ricordano, con le dovute cautele, alcuni aspetti della nostra memoria episodica.
Per rendere concreto quello che sto descrivendo posso aiutarmi con l’esempio di un’esperienza che sicuramente molti di noi hanno fatto. A chi non è capitato di tornare in vacanza in un luogo dove eravamo già stati, magari dopo alcuni anni? Arriviamo davanti alla stessa casa e il nostro cane sembra sapere benissimo dove siamo. Riconosce gli spazi, ritrova le passeggiate e sembra anticipare alcune direzioni, addirittura va a vedere se c’è la ciotola dell’acqua nello stesso posto che avevamo utilizzato in passato. Se siamo in montagna, può accadere che imbocchi con grande sicurezza proprio quel sentiero percorso insieme anni prima, magari mentre noi stiamo ancora cercando di ricordare se dovevamo girare a destra o a sinistra.
In questi casi non possiamo sapere se stia davvero “ricordando quella vacanza” come potremmo fare noi, ma possiamo osservare qualcosa di altrettanto interessante: quell’esperienza ha lasciato nel cane una traccia capace di essere utilizzata anche a distanza di molto tempo. Odori, configurazione dei luoghi, percorsi e punti di riferimento possono concorrere al riconoscimento di un ambiente già conosciuto.
E con le persone accade qualcosa di ancora più complesso.
Per un cane noi siamo un insieme enorme di informazioni: il nostro odore, la voce, il volto, il modo di muoverci, di avvicinarci, di toccarlo. E poi ci sono le esperienze vissute insieme, le emozioni, le aspettative, le abitudini. In altre parole, diventiamo familiari.
Ed è qui che Argo continua a piacermi e ad emozionarmi tantissimo.
Non sappiamo se i nostri cani ci riconoscerebbero dopo vent’anni di nostra assenza e non sappiamo nemmeno come possano soggettivamente immaginare un ricordo così lontano. Ciò che però oggi possiamo affermare è che il cane conserva tracce delle proprie esperienze vissute e che persone, luoghi e ricordi possono acquisire nella sua vita un significato particolare e duraturo nel tempo.
Forse allora la domanda “il mio cane si ricorderà di me?” è persino un po’ riduttiva. Perché quando condividiamo la nostra vita con qualcuno, umano o cane che sia, accade qualcosa di unico e irripetibile: entriamo gli uni nella storia degli altri.
Omero questa cosa l’aveva intuita quasi tremila anni fa. E per raccontarla gli è bastato descrivere Ulisse e Argo, un cane che muove la coda per salutare un suo familiare assente da anni.
Attilio Miconi
𝗕𝗶𝗯𝗹𝗶𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗮 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗻𝘇𝗶𝗮𝗹𝗲
Fugazza C., Pogány Á., Miklósi Á. (2020), Memory of actions performed after two years in dogs (Canis familiaris), Animal Cognition, 23, 263–269.
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