16/10/2026
HO SPENTO CANI DA INCUBO DOPO DIECI MINUTI.
Ho deciso di guardare Cani da Incubo, il programma di Tommaso Castellano disponibile su Prime Video. Ero sinceramente curioso, sia come professionista che lavora con i cani da molti anni, sia come appassionato di cinema e di linguaggio audiovisivo.
Dopo una decina di minuti, però, ho spento.
Non perché abbia qualcosa contro Tommaso Castellano, che anzi considero una persona capace di costruire e valorizzare imprenditorialmente il proprio lavoro. E nemmeno perché ritenga sbagliato portare la cinofilia in televisione.
Il problema è un altro.
Nei primi minuti ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a un prodotto costruito per suscitare emozioni molto più che per aiutarmi a comprendere ciò che stavo guardando.
La musica sottolinea la tensione, la fotografia amplifica il dramma, il montaggio orienta continuamente la percezione dello spettatore. Tutto sembra predisposto per trasformare una situazione problematica in una storia con un protagonista, un conflitto e un possibile salvatore.
È una costruzione narrativa che conosco bene e che, cinematograficamente, riconosco senza difficoltà.
Ma quando il soggetto di questo racconto è il comportamento di un cane, comincio a farmi qualche domanda.
Perché dietro un cane che manifesta aggressività, paura o comportamenti difficili non c'è soltanto una scena da rendere spettacolare. Ci sono cause da indagare, persone da ascoltare, dinamiche da comprendere, errori da correggere e spesso mesi di lavoro che non hanno nulla di cinematografico.
C'è soprattutto una realtà che raramente si presta a essere raccontata attraverso la figura dell'eroe che arriva e risolve tutto.
Un cane non ha bisogno di un salvatore. Ha bisogno di essere compreso. E il suo proprietario ha bisogno di imparare.
Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di un reality, non di un documentario didattico. Ed è un'obiezione legittima. L'intrattenimento ha le proprie regole e non tutto ciò che parla di cani deve necessariamente insegnare qualcosa.
Ma proprio qui nasce la mia riflessione: quando mettiamo in scena problemi comportamentali reali, fino a che punto possiamo piegarli alle esigenze dello spettacolo senza rischiare di alterare la percezione che il pubblico ha di quei problemi?
Sia chiaro: non sto recensendo l'intera serie. Ho visto soltanto i primi dieci minuti e il mio giudizio riguarda esclusivamente il linguaggio narrativo e cinematografico che ho osservato in quella parte. Non posso esprimermi sulla qualità degli interventi tecnici mostrati negli episodi successivi.
Quello che posso dire è che quei dieci minuti mi sono bastati per perdere interesse.
E forse la cosa che mi ha infastidito maggiormente non è stata nemmeno la spettacolarizzazione in sé, ma la sensazione che lo spettatore venisse accompagnato verso emozioni già decise da qualcun altro, anziché lasciato libero di osservare e comprendere.
Amo il cinema. Amo la sua capacità di raccontare, coinvolgere e trasformare una storia in un'esperienza.
Ma credo anche che ci sia una differenza enorme tra utilizzare il cinema per raccontare la realtà e utilizzare la realtà per costruire uno spettacolo.
E quando quella realtà riguarda il rapporto tra esseri umani e animali, per me la differenza conta ancora di più.
DANIEL CESARI