Il Regno del Cane - educatore cinofilo - Monza

Il Regno del Cane - educatore cinofilo - Monza In questa pagina sono i cani che raccontano i cani ❤️
Io li osservo, li ascolto e traduco il loro linguaggio per chi vuole capire davvero.

Eli (educatrice cinofila e riabilitatrice comportamentale)

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06/09/2026

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Capire il tuo cane per vivere meglio insieme. Nel Regno del Cane ogni percorso nasce dalla comprensione, non dagli schemi.

24/07/2026

𝗖𝗢𝗦'𝗘̀' 𝗗𝗔𝗩𝗩𝗘𝗥𝗢 𝗟𝗔 𝗟𝗘𝗔𝗗𝗘𝗥𝗦𝗛𝗜𝗣?
Questo filmato documenta un'interazione sociale particolarmente significativa tra una femmina adulta di Cane Lupo Cecoslovacco, una cucciola della stessa razza e Lupo, European Wolfdog.
Nella prima parte del video, l'interazione coinvolge esclusivamente la femmina adulta e la cucciola. L'adulta mostra una chiara predisposizione a ricoprire un ruolo sociale di beta: interviene fisicamente, gestisce alcune risorse e corregge la giovane, mantenendo il controllo dell'interazione. La cucciola, tuttavia, non manifesta particolare deferenza. Al contrario, tende a provocarla e a metterne alla prova i limiti.
Successivamente entra in campo Lupo.
La cucciola cambia immediatamente atteggiamento. Inizialmente si tiene a distanza e lo osserva con estrema attenzione, utilizzando la presenza dei corsisti come punto di riparo mentre raccoglie informazioni su di lui. Quando decide spontaneamente di avvicinarsi, Lupo le permette di annusarlo senza prestarle particolare attenzione. Solo dopo una certa insistenza interviene con una correzione leggera, sufficiente a definire i confini dell'interazione.
Da quel momento il comportamento della cucciola cambia completamente. Inizia a mostrare spontaneamente segnali di deferenza, ricerca il contatto in modo rispettoso e, soprattutto, comincia a seguire Lupo durante l'esplorazione dell'ambiente. Si sdraia quando lui si sdraia e orienta la propria attenzione verso gli stessi punti che lui osserva.
È proprio qui che emerge il significato della leadership.
Molto spesso il termine capobranco viene associato esclusivamente all'idea di dominanza o di imposizione. In realtà, ciò che caratterizza un vero leader non è la forza con cui controlla gli altri, ma la capacità di diventare spontaneamente un punto di riferimento per il gruppo.
La leadership non si misura da quante correzioni un individuo è in grado di dare, ma dall'influenza che esercita sul comportamento degli altri. Quando un cane viene riconosciuto come punto di riferimento, sono gli altri individui, attraverso i loro comportamenti spontanei, a rendere evidente il suo ruolo.
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𝗜𝗟 𝗖𝗔𝗡𝗘 𝗟𝗨𝗣𝗢 𝗖𝗘𝗖𝗢𝗦𝗟𝗢𝗩𝗔𝗖𝗖𝗢 𝗘' 𝗗𝗔𝗩𝗩𝗘𝗥𝗢 𝗨𝗡 𝗖𝗔𝗡𝗘 𝗗𝗜𝗙𝗙𝗜𝗖𝗜𝗟𝗘?È probabilmente una delle domande che mi viene rivolta più spesso...
20/07/2026

𝗜𝗟 𝗖𝗔𝗡𝗘 𝗟𝗨𝗣𝗢 𝗖𝗘𝗖𝗢𝗦𝗟𝗢𝗩𝗔𝗖𝗖𝗢 𝗘' 𝗗𝗔𝗩𝗩𝗘𝗥𝗢 𝗨𝗡 𝗖𝗔𝗡𝗘 𝗗𝗜𝗙𝗙𝗜𝗖𝗜𝗟𝗘?

È probabilmente una delle domande che mi viene rivolta più spesso.
La mia risposta è sempre la stessa: dipende da cosa intendiamo per “difficile”.
Se ci aspettiamo un cane che esegua automaticamente ciò che gli viene richiesto, che ripeta lo stesso esercizio con entusiasmo e che cerchi continuamente di compiacere il proprietario, allora sì, il Cane Lupo Cecoslovacco può sembrare una razza molto difficile.
Ma il motivo è molto diverso da quello che si pensa.

𝗨𝗡 𝗖𝗔𝗡𝗘 𝗖𝗛𝗘 𝗥𝗔𝗚𝗜𝗢𝗡𝗔 𝗣𝗥𝗜𝗠𝗔 𝗗𝗜 𝗔𝗚𝗜𝗥𝗘

Il Cane Lupo Cecoslovacco non tende a eseguire automaticamente ciò che gli viene richiesto.
Osserva, valuta la situazione e prende decisioni. Prima di fare qualcosa, cerca di capire se quello che gli proponi abbia davvero un senso anche dal suo punto di vista.
È proprio questa straordinaria capacità di ragionamento a renderlo una delle razze più complesse da educare. Con lui non esistono ricette valide per ogni situazione: ogni esperienza richiede al proprietario la capacità di osservare, adattarsi e comprendere il punto di vista del cane.

𝗡𝗢𝗡 𝗘' 𝗨𝗡 𝗖𝗔𝗡𝗘 𝗜𝗡𝗖𝗔𝗣𝗔𝗖𝗘 𝗗𝗜 𝗟𝗔𝗩𝗢𝗥𝗔𝗥𝗘

Il Cane Lupo Cecoslovacco non è un cane incapace di lavorare, né una razza che non possa ottenere risultati nelle discipline sportive.
Esistono soggetti che lavorano molto bene e altri che mostrano una minore predisposizione alla collaborazione. Come accade in tutte le razze, esistono differenze individuali e genetiche che possono influenzare il comportamento.
Ciò che accomuna il Cane Lupo Cecoslovacco è però un modo di affrontare il mondo profondamente diverso rispetto alle altre razze.
Ed è proprio questa diversità che, troppo spesso, viene interpretata come una difficoltà.

𝗡𝗢𝗡 𝗕𝗔𝗦𝗧𝗔 𝗖𝗢𝗡𝗢𝗦𝗖𝗘𝗥𝗘 𝗟𝗘 𝗧𝗘𝗖𝗡𝗜𝗖𝗛𝗘 𝗗𝗜 𝗔𝗗𝗗𝗘𝗦𝗧𝗥𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗢

Con questa razza conoscere le leggi dell’apprendimento è solo una piccola parte del lavoro.
Molto più importante è imparare a leggere il cane, comprenderne il modo di ragionare e costruire una relazione basata sulla fiducia.
Il Cane Lupo Cecoslovacco ti osserva continuamente.
Valuta la tua coerenza.
Valuta il tuo autocontrollo.
Valuta la tua capacità di prendere decisioni.
Ogni giorno.
Per questo motivo non mette alla prova soltanto le competenze tecniche del proprietario.
Mette alla prova la persona.

La difficoltà più grande… è la soddisfazione più grande

Ed è proprio qui che nasce il fascino di questa razza.
Le sue difficoltà coincidono con le sue qualità.
Ciò che inizialmente può sembrare complicato è anche ciò che rende il Cane Lupo Cecoslovacco così straordinario.
Quando riesci davvero a conquistare la sua fiducia, hai la sensazione di aver costruito qualcosa che va ben oltre il semplice addestramento.
Hai costruito una relazione.

Forse non è lui a essere difficile
Dopo tanti anni trascorsi accanto a questi cani, sono arrivata a una conclusione.

𝗙𝗢𝗥𝗦𝗘 𝗜𝗟 𝗖𝗔𝗡𝗘 𝗟𝗨𝗣𝗢 𝗖𝗘𝗖𝗢𝗦𝗟𝗢𝗩𝗔𝗖𝗖𝗢 𝗡𝗢𝗡 𝗘' 𝗨𝗡𝗔 𝗥𝗔𝗭𝗭𝗔 𝗗𝗜𝗙𝗙𝗜𝗖𝗜𝗟𝗘.

Forse siamo noi che, troppo spesso, continuiamo a interpretarlo come se fosse un altro cane.
Ed è proprio da questa incomprensione che nascono la maggior parte dei problemi.

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𝗧𝗜𝗠𝗢𝗥𝗘, 𝗣𝗔𝗨𝗥𝗔 𝗘 𝗙𝗢𝗕𝗜𝗘.Ogni volta che un cane abbassa la coda, si irrigidisce, arretra o evita una situazione, sentiamo q...
16/07/2026

𝗧𝗜𝗠𝗢𝗥𝗘, 𝗣𝗔𝗨𝗥𝗔 𝗘 𝗙𝗢𝗕𝗜𝗘.

Ogni volta che un cane abbassa la coda, si irrigidisce, arretra o evita una situazione, sentiamo quasi sempre pronunciare la stessa frase: “Ha paura.”
È una conclusione tanto diffusa quanto pericolosa.
Per capire davvero cosa sta succedendo nella mente di un cane non basta osservare una postura o un singolo comportamento. Bisogna prima capire chi abbiamo davanti.
Ed è proprio qui che, secondo me, nasce il più grande equivoco della cinofilia moderna.
Oggi si tende a spiegare quasi ogni comportamento partendo esclusivamente dalle esperienze vissute dal cane. Se è diffidente, è perché qualcuno gli ha fatto del male. Se è prudente, è perché è stato traumatizzato. Se reagisce con decisione, è perché ha paura.

La realtà è molto più complessa.

Prima ancora delle esperienze esiste qualcosa che troppo spesso viene dimenticato: la selezione genetica zootecnica.
Per secoli l’uomo non ha selezionato il cane in base all’estetica, ma soprattutto in base alle sue caratteristiche comportamentali. Ha scelto i soggetti più adatti a svolgere un determinato lavoro e li ha fatti riprodurre, generazione dopo generazione, fino a fissare predisposizioni molto precise.
Alcuni cani dovevano essere guardinghi e diffidenti verso gli estranei. Altri dovevano affrontare animali molto più grandi di loro senza esitazione. Altri ancora dovevano inseguire una pista per ore, radunare un gregge, proteggere una mandria o collaborare strettamente con l’uomo.
Queste caratteristiche non sono nate per caso.
Sono il risultato di una selezione lunga centinaia di anni.
Ecco perché due cani cresciuti nello stesso ambiente possono reagire in modo completamente diverso davanti allo stesso stimolo.
Pensiamo, ad esempio, a un Levriero e a un Rottweiler.
Entrambi possono avere la coda bassa. Eppure sarebbe un errore enorme attribuire automaticamente a quella postura lo stesso significato.
Nel Levriero una coda naturalmente portata verso il basso rappresenta una caratteristica della razza e del suo modo di esprimersi. Nel Rottweiler, osservata in un determinato contesto, quella stessa postura potrebbe invece indurci ad approfondire la situazione con molta più attenzione.
La postura, da sola, non racconta mai tutta la storia.
Lo stesso vale per i cani primitivi o per molte razze selezionate con una comunicazione particolarmente marcata. Alcuni utilizzano segnali molto più evidenti rispetto ad altri, mentre razze diverse possono esprimere stati emotivi simili con intensità completamente differenti.
Per questo motivo diffido sempre delle liste che promettono di insegnare a leggere il cane attraverso dieci posture o venti segnali corporei.
Il cane non è un dizionario in cui a ogni gesto corrisponde sempre lo stesso significato.
È un individuo con un patrimonio genetico preciso, appartenente a una determinata selezione, inserito in un contesto specifico e con proprie caratteristiche individuali.

Solo dopo aver compreso tutto questo possiamo iniziare a parlare di timore, paura e fobie.

Perché anche queste parole vengono spesso utilizzate come se fossero sinonimi.
Non lo sono.
E prima ancora di parlare di paura, dobbiamo affrontare un concetto fondamentale che molti proprietari confondono: la diffidenza.
La diffidenza viene spesso confusa con la paura, ma sono due concetti molto diversi.
Un cane diffidente non è necessariamente un cane che ha paura. Molto spesso sta semplicemente facendo ciò per cui è stato selezionato: osservare, raccogliere informazioni e decidere come comportarsi.
Pensiamo a un buon cane da guardia. Se si avvicina uno sconosciuto e il cane si lancia immediatamente a fare feste a quella persona, probabilmente non sta svolgendo il compito per cui è stato selezionato. Al contrario, è perfettamente normale che mantenga una certa prudenza, che osservi il nuovo arrivato, che lo studi e che aspetti di avere informazioni sufficienti prima di decidere se rappresenta un pericolo oppure no.
Questa è diffidenza.
La diffidenza non è una patologia, non è un difetto caratteriale e, soprattutto, non è sinonimo di insicurezza.
È semplicemente un modo diverso di elaborare le informazioni.
Naturalmente la selezione genetica influisce enormemente anche su questo aspetto.
Esistono razze selezionate per accogliere con facilità le persone, altre per lavorare in strettissima collaborazione con l’uomo e altre ancora per proteggere un territorio, una mandria o una famiglia.
Pretendere che tutte reagiscano nello stesso modo davanti a uno sconosciuto significa ignorare completamente il motivo per cui sono state selezionate.
È proprio qui che nasce uno degli errori più frequenti.
Molti proprietari osservano un cane diffidente e concludono immediatamente che sia pauroso.
In realtà, quel cane potrebbe non provare alcun timore.
Potrebbe semplicemente stare raccogliendo informazioni.
È una differenza enorme.
Un cane che si prende il tempo di osservare prima di agire non è necessariamente un cane in difficoltà. Spesso è semplicemente un cane che sta utilizzando una strategia perfettamente coerente con il proprio patrimonio genetico.
Solo quando, durante questa fase di valutazione, il cane arriva alla conclusione che ciò che ha davanti rappresenta un pericolo, può comparire il timore.
Anche in questo caso, però, bisogna fare attenzione.

Il timore non è qualcosa di negativo.

Anzi, è uno dei più importanti strumenti di sopravvivenza di cui dispone un animale.
Un cane completamente privo di timore sarebbe un cane che si avvicina senza alcuna prudenza a qualsiasi situazione potenzialmente pericolosa. Attraverserebbe una strada trafficata senza valutare il rischio, si avvicinerebbe a qualunque cane sconosciuto senza leggere la situazione e ignorerebbe quei segnali che, invece, permettono di evitare molti conflitti.
Il timore, quindi, non rappresenta un problema.
Rappresenta un freno.
È quel meccanismo che porta il cane a rallentare, osservare, valutare e scegliere il comportamento più adatto.
Anche qui, però, non tutti i cani sono uguali.
Entrano in gioco la selezione genetica, la tempra, gli istinti e tutte quelle caratteristiche che rendono ogni cane diverso dall’altro.
Ciò che per un soggetto rappresenta uno stimolo di poco conto, per un altro può richiedere una valutazione molto più attenta.
Ed è proprio per questo motivo che non esiste una soglia universale oltre la quale possiamo dire: “Da questo momento il cane ha timore.”
Esiste quel cane.
Con la sua storia genetica.
Con le sue caratteristiche.
Con il suo modo di affrontare il mondo.
Ed è da lì che bisogna sempre partire.
Quando il cane conclude che ciò che ha davanti rappresenta realmente un pericolo, il timore può trasformarsi in paura.
Anche qui, però, è importante non commettere un errore molto comune.
La paura non è un difetto caratteriale.
Non è una malattia.
Non è qualcosa da eliminare.
La paura è uno dei più potenti meccanismi di sopravvivenza che l’evoluzione abbia sviluppato.
Senza paura, nessun animale riuscirebbe a sopravvivere a lungo.
Un cane che non prova alcuna paura nei confronti del pericolo sarebbe destinato a compiere continuamente scelte rischiose, con conseguenze spesso molto gravi.
La paura, quindi, non è il problema.
Il problema nasce quando non riusciamo a comprenderla.
Anche in questo caso la selezione genetica continua a svolgere un ruolo fondamentale.
Esistono cani selezionati per affrontare situazioni estremamente impegnative con grande determinazione ed altri che, per il lavoro che erano chiamati a svolgere, sono stati selezionati per essere molto più prudenti.
A questo si aggiungono caratteristiche individuali come la tempra, cioè quella capacità del cane di sopportare e gestire gli stimoli negativi senza perdere il proprio equilibrio.
Due cani possono trovarsi esattamente nella stessa situazione e percepire lo stesso pericolo, ma reagire in modo completamente diverso.
Uno potrebbe limitarsi a fermarsi, osservare e rivalutare la situazione.
Un altro potrebbe scegliere di allontanarsi.
Un altro ancora potrebbe decidere di affrontare direttamente ciò che ritiene una minaccia.
Nessuna di queste risposte, presa da sola, ci permette di dire se quel cane sia più coraggioso o più pauroso.
Ci dice semplicemente che sta utilizzando la strategia che, in quel momento, ritiene più efficace.
Ed è qui che entra in gioco un altro aspetto spesso sottovalutato.
La possibilità di scegliere.
Immaginiamo un cane che, trovandosi libero, possa semplicemente aumentare la distanza da ciò che lo preoccupa.
Molto probabilmente lo farà.
Aumentata la distanza, rivaluterà la situazione e, se capirà che il pericolo non è reale, potrà tornare rapidamente in uno stato di tranquillità.
Ma cosa succede quando quella possibilità gli viene impedita?
Pensiamo a un cane al guinzaglio.
Davanti a lui compare uno stimolo che ritiene pericoloso.
Vorrebbe allontanarsi, ma il guinzaglio glielo impedisce.
In quel momento il suo margine di scelta si riduce drasticamente.
Alcuni cani si immobilizzano.
Altri cercano disperatamente di arretrare.
Altri ancora iniziano ad abbaiare, ringhiare o lanciarsi in avanti.
Chi osserva la scena dall’esterno potrebbe pensare che quel cane sia improvvisamente diventato aggressivo o addirittura fobico.
In realtà potrebbe trattarsi semplicemente di un animale che, non avendo più la possibilità di utilizzare la strategia che avrebbe scelto spontaneamente, non si fida del proprietario.
Per questo motivo non possiamo valutare l’intensità della paura limitandoci a osservare la risposta comportamentale.
Dobbiamo sempre chiederci quali possibilità aveva realmente quel cane in quel preciso momento.
Poteva allontanarsi?
Poteva interrompere l’interazione?
Poteva scegliere una distanza che gli permettesse di sentirsi più sicuro?
Oppure era costretto a rimanere lì, legato a una persona di cui non si fida?

Sono domande fondamentali.

Perché una risposta intensa non significa automaticamente che il cane soffra di una fobia.
Molto spesso significa semplicemente che il suo istinto di sopravvivenza si è trovato senza una reale possibilità di scelta o senza un “appoggio”.
Ed è proprio qui che, a mio parere, nasce una delle più grandi confusioni della cinofilia moderna: utilizzare la parola “fobia” per descrivere qualsiasi paura intensa.
Le due cose, in realtà, sono molto diverse.
Arrivati a questo punto possiamo finalmente parlare di fobia.
È un termine che oggi viene utilizzato con estrema facilità.
Basta osservare un cane che reagisce in modo molto intenso davanti a uno stimolo e, nel giro di pochi secondi, qualcuno conclude: “È fobico.”
Personalmente ritengo che questa parola venga usata molto più spesso di quanto si dovrebbe.
Una reazione intensa, infatti, non è sufficiente per parlare di fobia.
Un cane può manifestare una paura molto forte perché si trova in una situazione che, dal suo punto di vista, rappresenta un reale pericolo. Può essere impossibilitato ad allontanarsi, sentirsi in trappola o non avere alcuna strategia alternativa per gestire ciò che sta accadendo.
In questi casi stiamo osservando una risposta di sopravvivenza.
Può essere spettacolare.
Può apparire fuori controllo.
Può persino sembrare esagerata ai nostri occhi.
Ma questo, da solo, non significa che il cane sia fobico.
È proprio per questo motivo per cui, prima di utilizzare una parola così importante, dovremmo sempre porci una domanda.
Quella reazione è realmente sproporzionata rispetto alla situazione oppure siamo noi a non aver compreso il contesto in cui il cane si trova?
La risposta non è sempre semplice.
Un cane costretto al guinzaglio può reagire in modo completamente diverso rispetto allo stesso cane libero di aumentare la distanza.
Un cane messo con le spalle al muro può utilizzare strategie che non adotterebbe mai se avesse la possibilità di scegliere.
Un cane appartenente a una selezione genetica particolarmente espressiva può manifestare segnali molto più evidenti rispetto ad altri soggetti senza che questo significhi automaticamente che provi un’emozione più intensa.

Ecco perché etichettare un cane come fobico richiede molta prudenza.

A mio avviso, la vera fobia rappresenta una condizione decisamente più rara di quanto venga spesso raccontato.
Non ogni paura intensa è una fobia.
Non ogni reazione esplosiva è una fobia.
E nemmeno ogni cane che perde temporaneamente il controllo può essere definito fobico.
Prima di arrivare a una conclusione del genere dovremmo aver escluso molte altre possibilità.
Dovremmo aver valutato la selezione genetica del soggetto, la sua tempra, il contesto in cui si trova, le possibilità di scelta che aveva in quel momento e il reale significato dello stimolo che ha provocato quella risposta.
Solo osservando il quadro completo possiamo iniziare a capire se ci troviamo di fronte a una normale risposta di sopravvivenza, per quanto intensa possa essere, oppure a qualcosa di diverso.
Perché il rischio più grande non è utilizzare una parola sbagliata.
Il rischio più grande è costruire un percorso educativo o riabilitativo partendo da una valutazione sbagliata.
E quando si parte da un’interpretazione errata del comportamento, anche gli interventi rischiano di seguire la direzione sbagliata.
Prima di cercare una soluzione, dobbiamo essere certi di aver compreso il problema.
È questa, probabilmente, la parte più difficile del nostro lavoro.
Ma è anche quella che fa davvero la differenza.

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01/07/2026
𝗟𝗢 𝗣𝗦𝗜𝗖𝗢𝗙𝗔𝗥𝗠𝗔𝗖𝗢 𝗘' 𝗗𝗔𝗩𝗩𝗘𝗥𝗢 𝗟𝗔 𝗥𝗜𝗦𝗣𝗢𝗦𝗧𝗔?Ogni volta che scegliamo di modificare farmacologicamente il comportamento di un ...
22/06/2026

𝗟𝗢 𝗣𝗦𝗜𝗖𝗢𝗙𝗔𝗥𝗠𝗔𝗖𝗢 𝗘' 𝗗𝗔𝗩𝗩𝗘𝗥𝗢 𝗟𝗔 𝗥𝗜𝗦𝗣𝗢𝗦𝗧𝗔?
Ogni volta che scegliamo di modificare farmacologicamente il comportamento di un cane, stiamo intervenendo sull'organo più complesso del suo corpo: il cervello, un organo di cui la scienza conosce ancora solo una piccola parte e il cane, a differenza dell'essere umano, non può raccontarci come sta vivendo quel cambiamento. Per questo motivo credo che la prudenza non sia un'opzione, ma un DOVERE.
Gli psicofarmaci hanno una loro importante collocazione nella medicina veterinaria e non vanno demonizzati perchè esistono patologie neurologiche e condizioni cliniche nelle quali rappresentano uno strumento prezioso, ma vanno diagnosticate attraverso esami concreti come tac e risonanza magnetica.
Il problema nasce quando il farmaco diventa la risposta a un comportamento.
Spesso si sente dire che lo psicofarmaco "apre la mente del cane", rendendolo più disponibile al lavoro di recupero comportamentale:
dal punto di vista scientifico, però, questa è una semplificazione. Gli psicofarmaci non aprono la mente: modificano l'attività di alcuni sistemi neurochimici del cervello e in alcuni soggetti questo può facilitare l'apprendimento, in altri produrre effetti diversi da quelli desiderati, fino ai cosiddetti effetti paradossi (ovvero il comportamento contrario a quello sperato), ben documentati anche in medicina veterinaria.
Ed è proprio qui che nasce la mia riflessione.
Anche ammesso che un farmaco renda il cane più disponibile all'apprendimento, resta una domanda fondamentale: COSA gli stiamo insegnando?
Un farmaco può modificare uno stato emotivo. Può ridurre una risposta. Può cambiare l'espressione di un comportamento.
Ma non può insegnare al cane a comunicare meglio con il proprietario. Non può costruire una relazione equilibrata. Non può sostituire la comprensione della sua natura.
Un comportamento non si manifesta mai dal nulla, è il risultato dell'incontro tra il patrimonio genetico del cane, le sue esperienze e la RELAZIONE che costruisce con le persone con cui vive, che nasce dalla qualità della comunicazione tra cane e proprietario: in casa, in passeggiata, ogni istante in ogni singolo gesto e ogni azione quotidiana, persino di notte mentre tutti dormono...
Se interveniamo sulla chimica del cervello, senza comprendere il motivo di quel comportamento, rischiamo di modificarne l'espressione senza averne realmente affrontato l'origine.
Nella mia visione del recupero comportamentale il punto centrale è capire perché quel comportamento esiste, tenendo conto che il cane non è un essere umano con quattro zampe. Comunica secondo regole diverse dalle nostre, interpreta il mondo in modo diverso e costruisce le relazioni secondo la propria natura.
Prima di cercare di modificare la chimica del suo cervello, forse dovremmo chiederci se abbiamo imparato davvero a parlare la sua lingua.
Un farmaco può modificare la disponibilità emotiva di un soggetto, ma non può insegnargli regole sociali, migliorare la comunicazione con il proprietario o costruire una relazione equilibrata.
Eli

Un grazie sincero e di cuore a tutti i partecipanti allo stage "cane libero o cane senza guinzaglio?"Purtroppo chi ha fa...
14/06/2026

Un grazie sincero e di cuore a tutti i partecipanti allo stage "cane libero o cane senza guinzaglio?"
Purtroppo chi ha fatto le foto ha avuto un problema tecnico e sono andate p***e, ho recuperato qualcosa da alcuni brevi video del dog-trekking della domenica: giuro che ci impegneremo per diventare anche fotografi provetti 😆
Un grazie al collega Stefano Sinisi ma i ringraziamenti più grandi vanno a tutti i cani, ai loro proprietari che si sono commossi, che hanno pianto, che hanno dimostrato sensibilità e partecipazione. Grazie a chi c'è stato tutto il weekend, a chi ha partecipato solo un giorno, e a chi ha aderito al dog-trekking deciso all'ultimo momento, perchè siete stati davvero tutti bravi 🤗
Eli

𝗜𝗟 𝗞𝗘𝗡𝗡𝗘𝗟 𝗦𝗘𝗡𝗭𝗔 𝗜𝗣𝗢𝗖𝗥𝗜𝗦𝗜𝗘Il kennel NON è una tana.Lo so che questa frase farà storcere il naso a qualcuno, soprattutto p...
02/06/2026

𝗜𝗟 𝗞𝗘𝗡𝗡𝗘𝗟 𝗦𝗘𝗡𝗭𝗔 𝗜𝗣𝗢𝗖𝗥𝗜𝗦𝗜𝗘

Il kennel NON è una tana.
Lo so che questa frase farà storcere il naso a qualcuno, soprattutto perché da anni ci raccontiamo la favoletta della “tana sicura”, del “posto naturale”, del “rifugio etologico”.
Ma no, non è così.
I cani non sono marmotte, quindi smettiamola di raccontare il kennel come se fosse una magica estensione della natura selvaggia.
Perché il punto non è questo: il punto è che uno strumento non deve essere ne naturale ne etologico per essere utile.
Il collare non è naturale.
La pettorina non è naturale.
Il guinzaglio non è naturale.
La città non è naturale.
La clinica veterinaria non è naturale.
La museruola non è naturale.
La ciotola non è naturale.
Andare in macchina, per il cane, non è naturale.
Eppure i cani vivono "dentro" tutto questo ogni giorno.
Iil kennel è uno strumento come tutti gli altri:
col cucciolo, per esempio, può avere molto senso,
non perché il cucciolo “ama stare chiuso”, ma perché un cervello immaturo non può gestire da subito libertà totale, spazi enormi, autonomia completa e mille stimoli contemporaneamente.
E questa cosa vale per tutti i cuccioli del pianeta, compresi quelli umani.
Infatti nessuno prende un neonato e dice:
“Vai piccolo, la casa è tua, seguì il tuo cuore.”
Gli mettiamo il lettino con le sbarre.
Il box.
I cancelletti.
Il seggiolone.
Non per “contenere i bambini” fine a se stesso, ma perché un cervello immaturo ha bisogno di confini prima ancora che di libertà.
Poi le competenze aumentano e gli strumenti spariscono.

Con i cani dovrebbe funzionare esattamente allo stesso modo: uno spazio contenuto può aiutare il cucciolo a riposare davvero, a non andare continuamente in autoconsumo mentale, a imparare gradualmente a gestire spazi, routine e autonomia senza essere sommerso da responsabilità che non è in grado di reggere.
È gestione.
Non spiritualità etologica.

Poi c’è un altro punto che molti ignorano:
stare serenamente in kennel è una competenza e le competenze servono, magari perchè quel cane un giorno dovrà affrontare un ricovero veterinario.
Magari dovrà viaggiare.
Magari dovrà stare in hotel.
Magari dovrà essere trasportato in sicurezza.
Eh no, non è il massimo insegnargli tutto questo nel momento peggiore possibile, cioè quando è già stressato, spaventato o malato.

Poi arriviamo anche alla parte che sui social piace meno raccontare: i problemi veri.
A volte il cane cresce male.
A volte vengono fatte scelte superficiali.
A volte i proprietari non hanno competenze.
A volte semplicemente non hanno carattere, sicurezza, lucidità o talento.
E noi tecnici cinofili lavoriamo sulle persone non sui cani:
Ci sono proprietari che al primo errore vanno nel panico, persone incoerenti, persone che si innervosiscono subito, persone che perdono credibilità agli occhi del cane nel giro di tre secondi, e il cane se ne accorge eccome...
Allora iniziano i controlli ossessivi:
il cane che segue ovunque, che non lascia muovere il proprietario, che monitora ogni spostamento, che fatica a staccarsi mentalmente.
Oppure iniziano le convivenze esplosive tra cani, per chi ne ha più di uno.
Oppure l’ansia da separazione, quella vera, quella dove il cane rischia di rompersi denti, unghie o farsi male seriamente.

Il kennel NON risolve il problema!

Ma CONCEDE TEMPO.
Tempo per lavorare bene.
Tempo per evitare danni.
Tempo per costruire competenze vere senza lasciare che la situazione esploda ogni giorno. Spesso il kennel serve più al proprietario che al cane per ridare lucidità, margine, respiro.
Il problema quindi non è il kennel, ma quando diventa il sostituto del lavoro educativo.

Il kennel, dunque, non è una filosofia.
Non è una tana mistica.
Non è “naturale” e etologico.

È UNO STRUMENTO.
E come tutti gli strumenti nelle mani giuste può aiutare tantissimo, ma nelle mani sbagliate può diventare solo un modo per non affrontare il problema vero.
Eli

01/06/2026

Ci sono giornate che finiscono e basta.
E poi ci sono giornate che ti restano addosso.
Ieri ho avuto il piacere di essere docente a un corso per addestratori dedicato ai mix wolf, portando con me il mio miglior collaboratore: Lupo ❤️
Chi lo conosce sa che non è un "animale" qualunque e che tutte le etichette e definizioni gli stanno decisamente strette. Per questo vedere ciò che è successo durante la giornata mi ha emozionata più di quanto riesca a spiegare.
A un certo punto ho visto una cosa che in sei anni avevo visto raramente: Lupo guardare negli occhi un uomo estraneo e scegliere di restare l; non per costrizione, non in virtù di un addestramento, non per obbedienza...
Per FIDUCIA!
E quella fiducia Davide se l'è guadagnata un passo alla volta, rispettando i tempi, gli spazi e la natura dell'animale, senza forzare nulla e senza voler dimostrare nulla.
È una cosa che a parole sembra semplice, ma che nella pratica richiede sensibilità, competenza e una grande capacità di mettere da parte il proprio ego.
Nel video che ha realizzato ha saputo raccontare perfettamente ciò che cerco di spiegare da anni: alcuni animali percepiscono anche la minima pressione, e proprio per questo il nostro compito non è imporci, ma imparare ad ascoltarli, perchè attraverso l'imposizione otterremmo solo evitamento o autodifesa.
Voglio quindi ringraziare Davide Battaglia e Silvia Nitrato Izzo per l'accoglienza e per la professionalità. Per aver creato una struttura in cui ci si sente immediatamente a casa. E soprattutto per avermi ricordato che esistono ancora persone capaci di osservare un animale per ciò che è, invece che per ciò che vorrebbero che fosse.
Sono arrivata da voi come ospite.
Sono ripartita con la sensazione di aver trovato colleghi che parlano la stessa lingua.
E, credetemi, nel nostro mondo non è affatto scontato 🤗

30/05/2026

Indirizzo

Via Visconta 67
Besana Brianza
20842

Orario di apertura

Lunedì 09:30 - 19:00
Martedì 09:30 - 19:00
Mercoledì 09:30 - 19:00
Giovedì 09:30 - 19:00
Venerdì 09:30 - 19:00

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