11/03/2023
Buffet, case popolari e intelligenza collettiva
Ogni volta che si introduce una opportunità o un'iniziativa economica e finanziaria di interesse pubblico o privato i risultati sono spesso contrastanti, nel senso che i furbi fanno a gara per speculare e approfittare.
Pensiamo al Reddito di cittadinanza, agli ammortizzatori sociali, ai vari bonus e concorsi pubblici, ma anche alle varie iniziative private e commerciali.
L’atteggiamento delle persone è estremamente competitivo e prevaricante: tendono all’accaparramento di quei beni, servizi, opportunità o posizioni con una smisurata e incontrollata voracità.
Perché il copione a cui assistiamo è sempre lo stesso? Perché le persone tendono ad approfittare e competere?
Tra le tante cause vale la pena esaminare una (che spesso viene sottostimata) e cioè la natura dell’uomo.
Antropologicamente l'istinto umano sembra essere più vorace quando le risorse o le opportunità sono percepite come scarse, ridotte o contingentate. In altre parole, gli esseri umani hanno paura di non farcela, di non entrare in possesso di ciò che è percepito necessario.
Pensiamo ai padri o madri di famiglia, ai lavoratori o ai cittadini in generale che, non disponendo di accesso immediato e disinvolto alle risorse economiche e di sussistenza, hanno un approccio istintivamente prevaricante sugli altri.
Se quelle risorse, ritenute necessarie (e limitate) fossero invece percepite come abbondanti e universali, il comportamento e la reazione delle persone sarebbero meno furtivi e meno competitivi.
Per rendere l'idea, e semplificare al massimo il concetto, bisogna immaginare di trovarsi ad un buffet.
Se il banchetto è percepito esiguo, e non sufficiente per l'intera platea di partecipanti, anche le persone più civili e più oneste, avranno, molto probabilmente, un istinto primordiale, che li spingerà verso un accaparramento più rapido e furbesco delle pietanze e l'approccio, in generale, sarà tendenzialmente più opportunistico.
Nelle comunità, quando le risorse primarie sono scarse, la competizione e la prevaricazione aumentano, anche con metodi e strumenti fraudolenti.
Quando le risorse sono, invece, abbondanti si assiste ad un effetto collaterale inverso: essendo troppe, non vengono percepite come preziose e si rischia, in questi casi, uno spreco o una dispersione.
Si pensi, per esempio, agli sprechi idrici, ambientali, alimentari o della politica in generale.
Ma qui dobbiamo distinguere due casi:
Il primo riguarda lo spreco di risorse a disposizione di privilegiati, come quelle, ad esempio, della politica o delle classi più abbienti.
Queste risorse sembrano apparire come un diritto acquisito e sacrosanto per cui la percezione è quella di averle meritate: moralmente, la sottrazione di risorse ai più deboli, è giustificata dalla convinzione e dalla pretesa di averne un diritto legittimo.
Se riflettiamo è pur sempre una sorta di prevaricazione furbesca e opportunistica, almeno sul piano morale, ma in alcuni casi anche sul piano legale.
Il secondo caso, invece, riguarda gli sprechi di massa, quelli popolari per intenderci. Questi sono apparentemente attribuibili, in termini di responsabilità, ai diretti interessati, ma in sostanza sono l’effetto di una cattiva gestione istituzionale delle risorse.
Pensiamo alla gestione e raccolta dei rifiuti, specie in territori del sud Italia, oppure all’uso e gestione della cosa pubblica: si pensi ai parchi o edifici pubblici, bistrattati e usurpati dagli utenti.
Un esempio molto esaustivo potrebbe essere quello rappresentato dall'edilizia economica e popolare, ovvero le abitazioni assegnate a persone più indigenti.
Se osservate queste abitazioni noterete che dopo alcuni anni versano quasi sempre in condizioni fatiscenti e inqualificabili, uno spettacolo indecoroso e raccapricciante.
La colpa (di questo scempio) è tecnicamente delle istituzioni e del modo in cui vengono concepite, organizzate e gestite le risorse finanziarie.
Nel caso di edilizia popolare dobbiamo fare un distinguo tra assegnazione, che è legittima (ci mancherebbe), e affidamento.
Il problema dello spreco di risorse riguarda, appunto, l’affidamento, ovvero quelle attività di gestione e autotutela delle aree comuni da parte degli assegnatari.
La pretesa della gestione efficace ed efficiente, in capo agli assegnatari, è ipocrita e surreale.
Mi vengono in mente gli alloggi popolari della periferia di Napoli come le Vele della 167 di Secondigliano, piuttosto che le case popolari di Caivano, Ponticelli, ma anche quartieri periferici di Milano, Roma e di tante altre città d’Italia.
Costruire abitazioni di edilizia economica e popolare è cosa saggia e onorevole per un paese civile, ci mancherebbe, ma il risultato è drammaticamente sotto gli occhi di tutti: un dispendio di energie e risorse finanziarie che non produce alcun miglioramento e sviluppo delle comunità.
Matematicamente e finanziariamente parlando, così concepite, quelle abitazioni sono uno spreco di risorse: non nella loro onorevole missione, ma nella misura in cui si trasformano in vere e proprie incubatrici di degrado e sottocultura.
Semplificando il ragionamento e fugando ogni dubbio sulla bontà dell’edilizia economica e popolare, precisiamo che la costruzione di alloggi popolari è sacrosanta e non è uno spreco di risorse, ma lo è se il risultato finale è quello del degrado e del mancato miglioramento delle condizioni di vita e sociali degli assegnatari.
Se manca il risultato sperato, allora quelle risorse utilizzate sono sprecate, nel senso che andrebbero utilizzate con maggiore efficienza, oculatezza e lungimiranza.
E la pretesa di alcuni pseudo-esperti, spesso, è quella di puntare su un possibile auto-miglioramento di queste comunità coinvolte.
Infatti, ogni qualvolta che si osservano questi fenomeni di degrado e abbandono c’è il saccente (ideologizzato) di turno che si raccapezza nel ricercare colpe, responsabilità e soluzioni da far ricadere su chi è più visibilmente coinvolto (gli assegnatari di alloggi), senza tenere conto dei retroscena e dei veri motivi di tale condizione.
E la soluzione? Direbbe qualcuno. Quale potrebbe essere la soluzione rispetto alla scarsità di risorse e rispetto agli sprechi dei privilegiati e degli indigenti?
La soluzione potrebbe risiedere, in entrambi i casi (risorse limitate e sprechi), nello studio dei comportamenti sociologici e antropologici dell'uomo.
Si potrebbero creare piani di sviluppo, miglioramento e distribuzione della ricchezza tenendo conto, appunto, dei fattori sociologici e antropologici, evitando di fare affidamento al buon senso dei ricchi o dei poveri.
Il buon senso è teoricamente idoneo solo in comunità solide, solidali e mature, (economicamente e socialmente) o quando il controllo delle istituzioni è costante e puntuale, cioè quando l’intervento corregge immediatamente i comportamenti scorretti e opportunistici.
Le istituzioni, rispetto alla scarsità o abbondanza di risorse, dovrebbero lavorare e investire
su modelli d’intelligenza collettiva o di gruppo.
Un esempio di intelligenza collettiva è dato dalle comunità che autoproducono energia, oppure comunità che hanno un’idea di futuro condiviso.
Ovviamente spetta alle istituzioni governative favorire questi processi di crescita e miglioramento collettivo, calibrando adeguatamente le risorse e controllando i processi e gli eventuali abusi.
Se, nella ricerca di soluzioni, gli organi pubblici competenti posizionano sempre il buon senso al primo posto della scala valoriale - sottovalutando, invece, quegli istinti primordiali e immanenti dell'uomo su cui, invece, bisogna tanto lavorare, come egoismo, prevaricazione, sopravvivenza e individualismo - la strada per l’intelligenza collettiva si farà sempre più lunga e tortuosa.
L'amministratore.