25/08/2026
La storia di Django, un rottweiler di Viterbo, è una di quelle che lasciano rabbia, dolore e soprattutto tante domande. Il cane è finito in una fossa contenente liquami e sostanze che, secondo quanto denunciato dalla famiglia, potrebbero essere state all’origine delle gravissime conseguenze riportate dall’animale. Dopo oltre un mese di sofferenze, cure e tentativi disperati di salvarlo, Django è morto.
Dietro questa storia non c’è soltanto la perdita di un animale domestico. C’è un membro della famiglia che non tornerà più a casa. C’è il dolore di chi lo ha visto lottare, giorno dopo giorno, e la frustrazione di non sapere ancora con certezza cosa sia accaduto.
E soprattutto c’è una domanda che non può essere ignorata: come è possibile che una fossa potenzialmente così pericolosa possa trovarsi in un luogo accessibile, nelle vicinanze di abitazioni e di una zona frequentata anche da bambini?
La famiglia di Django chiede chiarezza. Non vuole soltanto dare un nome alla propria sofferenza: vuole capire cosa ci fosse in quella fossa, come sia stato possibile che Django ci finisse dentro e se quella situazione avrebbe potuto essere evitata.
Perché quando un animale muore in circostanze così drammatiche, non basta dire che è stata una fatalità. Bisogna verificare, ricostruire, accertare eventuali responsabilità. Django non può più raccontare quello che gli è successo. Possono farlo soltanto le persone che lo hanno amato e le indagini che dovranno stabilire la verità.
Un cane di due anni e mezzo non dovrebbe diventare una storia di dolore per una tragedia che forse si poteva evitare. Django merita che venga fatta luce. E la sua famiglia merita risposte.