Cani per Caso asd

Cani per Caso asd Sport e training & Percorsi Educativi & Attività Natatorie &
IAA PetTherapy & Asilo Ludoteca cit. Gandhi

"La grandezza di una nazione e il suo progresso morale possono essere valutati dal modo in cui vengono trattati i suoi animali".

Una zampa alla volta… 🐾Sabato scorso una parte del nostro team di Interventi Assistiti con gli Animali ha partecipato a ...
09/09/2026

Una zampa alla volta… 🐾

Sabato scorso una parte del nostro team di Interventi Assistiti con gli Animali ha partecipato a Corri con noi, portando attività, incontri e il banchetto di raccolta fondi a sostegno dei progetti di Cani per Caso.

Una giornata fatta di persone, cani, esperienze e incontri. E anche l’occasione perfetta per iniziare a raccontarvi qualcosa che stiamo preparando da un po’. 💙🧡💚

📌 Sabato 3 ottobre arriva DIAMOCI LA ZAMPA.

Un pomeriggio per scoprire da vicino cosa c’è davvero dietro la Pet Therapy e avvicinarsi, attraverso 6 diverse esperienze, al mondo degli Interventi Assistiti con gli Animali.

Perché la Pet Therapy è molto più di una carezza.

📅 Sabato 3 ottobre | 14.00–18.00
📍 Cani per Caso – Via P. Berna 3, Venezia
🎟 Ingresso libero
🐾 Offerta libera a sostegno dei nostri progetti
📲 Iscrizione anticipata ai laboratori: Veruska 348 3223554

Nelle prossime settimane vi racconteremo qualcosa in più.
Per ora… segnatevi la data.

Insieme, più valore alle persone, agli animali, alla comunità.

Intervenire ha sempre un costo.In un gruppo capita che più di uno intervenga sulla stessa cosa. Visto da fuori sembra un...
04/09/2026

Intervenire ha sempre un costo.

In un gruppo capita che più di uno intervenga sulla stessa cosa. Visto da fuori sembra un unico gesto ripetuto: qualcuno si mette in mezzo, qualcun altro pure, magari un terzo ancora.
Ma dietro quel gesto identico possono esserci motivi molto diversi.
C’è chi lo fa per dare una mano, per alleggerire una tensione, per aiutare qualcuno a starci dentro meglio. E c’è chi lo fa perché ha bisogno che tutto torni in un certo ordine, secondo i suoi termini, indipendentemente da cosa serva davvero in quel momento. Sono due gesti che da fuori sembrano identici, e che invece nascono da posti completamente diversi.
Anche tra noi capita di intervenire in una discussione altrui, di dire la nostra in una situazione che non ci riguarda direttamente. E il motivo, quasi mai, sta scritto nel gesto. Uno può farlo per aiutare davvero. Un altro può farlo perché non sopporta il disordine, o perché ha bisogno di sentirsi necessario.
E quella scelta, se intervenire, come, su cosa, non è uguale per tutti. Dipende dal carattere. Dipende dalle esperienze fatte: chi ha avuto modo di gestire situazioni con altri, di collaborare, di imparare come si fa, ha strumenti diversi da chi quelle occasioni non le ha mai avute. C’è chi cresce, in un senso o nell’altro, senza mai essere stato messo nella condizione di provarci.
Una cosa però resta vera per tutti, a prescindere dal motivo: costa fatica, anche quando non si vede. Anche quando sembra un gesto piccolo, anche quando va tutto bene e la situazione si risolve nel modo migliore possibile.
Forse è per questo che, quando vediamo un intervento fatto bene, ci colpisce. Non tanto per il risultato, ma perché sappiamo, o intuiamo, quanto sia raro che dietro un gesto così ci sia solo generosità, senza bisogno personale in mezzo. E quanto costi, comunque, farlo.

Ero giovane anch'io.C'è un tipo di intervento che a volte non nasce dalla gravità della situazione, ma dal ruolo di chi ...
27/08/2026

Ero giovane anch'io.

C'è un tipo di intervento che a volte non nasce dalla gravità della situazione, ma dal ruolo di chi lo fa.

Luca lo racconta così, parlando di un episodio visto durante l'analisi alle classi: a preoccuparlo non era tanto cosa stava succedendo, quanto il fatto di trovarsi lui, adulto, davanti a un maschio più giovane con cui aveva voglia di gestire una dinamica prima che diventasse un problema vero. Ero giovane anch'io, so quanto viene da fare certe cose, ma si può anche imparare a farne un po' meno.

È una lettura che propone lui stesso, senza darla per certa. Ma è interessante lo stesso, perché sposta la domanda: non più "cosa è successo", ma "perché qualcuno ha deciso di metterci il naso".

A volte un controllo non serve a fermare un pericolo. Serve a insegnare una misura a chi ancora non l'ha trovata. Non è disciplina in senso stretto: è più vicino a un adulto che riconosce, in un giovane, un impulso che ha già conosciuto sulla propria pelle. E decide che vale la pena occuparsene, anche se a lui la questione di partenza non toccava granché.

Ci somiglia, se ci pensiamo. Capita anche tra noi che qualcuno più adulto, o solo più navigato, si prenda la briga di dire una parola a un ragazzo che sta caricando troppo su qualcosa — non perché il fatto in sé sia grave, ma perché ci riconosce una foga già attraversata, e sa dove porta se nessuno la nomina.

E chi riceve quel controllo non sempre lo accetta subito. Può restarci appeso, sentirlo stretto, viverlo come un'ingerenza più che come un aiuto. Non sempre basta un accenno: a volte ci vuole insistenza perché l'altro molli davvero, e dipende molto da chi hai di fronte, da quanto quella spinta è radicata, da quanto costa lasciarla andare.

Il cambiamento, quando arriva, non è detto sia una scelta fatta a mente lucida, in un momento di calma. Magari sì, a volte. Ma spesso arriva dentro la pressione di chi ha scelto di non staccarsi, ripetendo lo stesso messaggio, senza cedere alla tentazione di lasciar perdere prima del tempo.

Forse fa parte anche di questo, stare in un gruppo: non solo essere accolti quando si sbaglia, ma trovare qualcuno disposto a restare lì, scomodo, abbastanza a lungo perché quella lezione, alla fine, arrivi per davvero.

Ero giovane anch'io. So quanto viene da fare certe cose.
Ma si può anche imparare a farne un po' meno.

Potremmo chiamarle relazioni epistolari.Non è una conversazione veloce. Uno lascia il suo messaggio su un albero e se ne...
18/08/2026

Potremmo chiamarle relazioni epistolari.

Non è una conversazione veloce. Uno lascia il suo messaggio su un albero e se ne va per i fatti suoi. L'altra passa un minuto dopo, o il giorno dopo. E risponde comunque.

Il tempo, in mezzo, non rompe niente. Fa parte del messaggio.

E non rispondono a tutto. Passano davanti a decine di lettere — pali, angoli, ciuffi d'erba lungo la stessa strada di sempre — e tirano dritto. Poi, su una sola, si fermano. Annusano a lungo. E ci mettono la loro sopra.

È lì che c'è l'informazione. Non nel fatto che abbiano annusato: nel fatto che abbiano scelto quella.

Perché non tutte le marcature dicono la stessa cosa. Ce ne sono di oppositive, che somigliano a un "questo è mio". E ce ne sono di affiliative, che dicono più o meno il contrario: arrivo, leggo, lascio la mia sopra la tua, mi sposto. Un modo per dire ti ho letto.

Chi in giro ne fa poche, e poi ne fa una lì, sta dicendo qualcosa di preciso. Anche se nel frattempo stava facendo tutt'altro, e sembrava essersene dimenticato — perché anche far finta di essere distratti, a volte, fa parte del gioco.

A qualcuno potrebbe ricordare qualcosa del nostro modo di comunicare in tempi non poi così lontani. Prima dei messaggi in tempo reale, anche noi bipedi lasciavamo lettere a cui non era detto arrivasse risposta. Scrivevamo e poi aspettavamo, senza dare troppo a vedere quanto contasse.

E in fondo lo facciamo ancora oggi, solo più in fretta. Tra le decine e decine di messaggi che riceviamo ogni giorno, non rispondiamo a tutti allo stesso modo. Ce ne sono a cui rispondiamo subito, quasi d'istinto. Altri li lasciamo lì, in attesa, magari per ore. E la differenza non è detto sia in cosa dicono: ma in chi li ha scritti. Lo sappiamo bene anche noi che il tempo con cui uno risponde — o il fatto che risponda proprio a quel messaggio, tra tutti, a volte dice più delle parole che poi scrive.

Solo che le nostre lettere le vediamo. Le loro no.

Vediamo un Cane fermo davanti a un palo e pensiamo che non stia succedendo niente. Che stia perdendo tempo, che si stia distraendo, che sia il momento di andare. E invece lì, sopra e sotto quella corteccia, ci sono nomi, passaggi, stati d'animo, una scelta precisa su chi merita una risposta e chi no.

Non è una teoria. Durante l'analisi alle classi abbiamo seguito una di queste conversazioni: un messaggio lasciato su un albero, e la risposta arrivata sopra un minuto e mezzo più tardi. Poi lei si è messa lì vicino insieme a un'amica, e ogni tanto teneva d'occhio chi l'aveva scritto. Il carteggio, abbiamo scoperto, andava avanti dal mese prima.

Quel giorno abbiamo avuto una conferma in più: quando un Cane si ferma a lungo su un punto che sembra uguale a tutti gli altri, potrebbe non stare semplicemente annusando. Potrebbe stare leggendo la posta. E magari anche decidendo se, questa volta, vale la pena rispondere.

Quindi, ogni tanto, vale la pena non ti**re.

Certe conversazioni non si vedono. Ma ci sono.
Bisogna solo sapere dove sono scritte.

Anche loro sbagliano.Ogni tanto, in giro, si sente dire che i cani fanno sempre giusto. Che leggono tutto al volo, che n...
10/08/2026

Anche loro sbagliano.

Ogni tanto, in giro, si sente dire che i cani fanno sempre giusto. Che leggono tutto al volo, che non prendono mai un abbaglio, che se reagiscono in un certo modo "un motivo ci sarà".

Non è detto.

A volte sbagliano. Fraintendono, capiscono male, partono con una prospettiva che non corrisponde a quello che sta succedendo, e ci arrivano dentro convinti di aver capito tutto.

Può capitare di vedere un Cane arrivare verso un altro tutto slancio e allegria, senza accorgersi che quello davanti stava facendo tutt'altro, era girato, si stava godendo un momento suo. E lì può nascere un momento di fatica. Non è detto che qualcuno sia cattivo o problematico: magari si sono solo letti male. Uno è arrivato un po' troppo diretto, l'altro se l'è trovato addosso e ha risposto come poteva.

Poi passa. Dura quello che dura, e spesso la situazione si alleggerisce.

Ci riconosciamo, se ci pensiamo. Quante volte abbiamo frainteso un messaggio, un tono, uno sguardo. Quante volte siamo partiti sicuri di aver capito la situazione e ci siamo accorti dopo — a volte molto dopo — che avevamo costruito tutto su una lettura sbagliata. Non eravamo in malafede: avevamo solo le informazioni che avevamo.

C'è poi un'altra cosa, forse la più interessante: il mestiere.

Perché avere un'attitudine e saperla usare bene sono due cose diverse. Ci sono Cani che, per come sono fatti, tendono a mettere il naso nelle cose, a tenere d'occhio, a intervenire. È una qualità: nella misura giusta è utile a tutti, evita un sacco di situazioni spiacevoli. Ma è un po' come il sale in cucina. Se nessuno ti dice quanto metterne, e non assaggi mai quello che hai cucinato, come fai a sapere se ne hai messo troppo?

Quel dosaggio non si eredita. Si impara sperimentando, sbagliando, misurando l'effetto di quello che si è fatto. E si impara soprattutto se si hanno occasioni per farlo.

È qui che le due cose si tengono insieme: il carattere dà gli ingredienti, la vita insegna le dosi. Chi ha avuto poche occasioni di provare può restare acerbo — non perché sia sbagliato, ma perché è difficile imparare a nuotare a secco.

Vale anche per noi, e in modo molto meno indulgente di quanto ci piaccia ammettere. Nessuno di noi è nato sapendo quando insistere e quando lasciar perdere, quando dire la propria e quando starsene zitto. L'abbiamo imparato addosso, per tentativi, spesso sbagliando davanti a qualcuno.

Per questo un errore, da solo, racconta poco. Forse racconta la lettura che il Cane ha fatto di quella situazione, in quel momento, con gli strumenti che aveva. È un'informazione preziosa — ci dice a che punto è del suo percorso — ma difficilmente è una sentenza su chi è.

Sbagliare fa parte dell'imparare.
Anche per loro.

Oggi ha detto di no.Si è girato dall'altra parte, ha fatto la faccia br**ta, non ha voluto salutare nessuno. E magari la...
30/07/2026

Oggi ha detto di no.

Si è girato dall'altra parte, ha fatto la faccia br**ta, non ha voluto salutare nessuno. E magari la settimana prima giocava con tutti.

Da fuori è facile chiudere la questione con una parola: è scontroso. È asociale. È fatto così.

Lo facciamo in fretta, e non solo con i Cani.

Pensiamo a quante volte, tra noi, è bastato un incontro storto per decidere chi è una persona. Il collega che quella mattina ha risposto male e da allora "è uno scorbutico". Il vicino che non ha salutato e "è uno che si tira indietro". Ci vuole pochissimo a passare da si è comportato così a è così. E una volta appiccicata, l'etichetta smette di essere una descrizione e diventa una previsione: la prossima volta lo guardiamo già sapendo cosa aspettarci.

Il problema delle etichette è proprio questo. Sembrano spiegare qualcosa, e invece fermano il discorso. Chiudono la porta esattamente nel punto in cui ci sarebbe da guardare meglio.

Perché quello che un Cane fa in un momento non racconta chi è in assoluto. A volte è semplicemente quello che gli è venuto da fare, lì, in quella situazione. Capita anche a noi di rispondere male e poi, ripensandoci la sera, chiederci perché — e non trovare nessuna ragione profonda, solo una giornata storta.

Perché il carattere è solo una parte. Gli ingredienti di partenza non decidono da soli come staremo al mondo: contano le esperienze che abbiamo fatto, e contano moltissimo anche quelle che non abbiamo fatto. Un Cane che è rimasto fuori dalla vita sociale per un periodo, più o meno lungo, in una certa fase della sua vita, non è detto sia "asociale": potrebbe essere solo acerbo, o non sapere ancora come si fa. Vale anche per noi, quando ci troviamo a dover imparare tardi qualcosa che ad altri sembra ovvio. La goffaggine non è un difetto del carattere: spesso è solo mancanza di allenamento.

E poi un comportamento non è quasi mai di uno solo. C'è chi propone e c'è chi accoglie, valuta, rifiuta, rilancia. È un dialogo: ogni gesto è già una risposta a qualcosa. Ma quando raccontiamo com'è andata, l'etichetta la attacchiamo a uno solo dei due — di solito a quello che ha reagito più forte, che è anche quello che si vede di più.

Poi c'è un motivo a cui pensiamo raramente: che non stia bene.

Cerchiamo il dolore dove si vede. Se non zoppica, allora è tutto a posto. Ma un dente, una schiena, un dito, una vista che cambia, un fastidio che dura da mesi senza un nome. Un pezzo delle sue energie se ne va lì, a tamponare, ogni giorno, in silenzio. Quello che resta lo usa per stare al mondo — e certi giorni non basta per essere anche "gentili", "socievoli" o "buoni".

Anche questo lo conosciamo. Chi ha passato una settimana con il mal di schiena sa quanto diventi corta la pazienza, e quanto poco c'entri con il proprio carattere.

La differenza è che noi possiamo dirlo a parole. Loro ce lo dicono lo stesso — continuamente, con il corpo, con la postura, con le scelte che fanno e con quelle che evitano. Solo che non sempre riusciamo a coglierlo. Ai nostri occhi arriva un comportamento e basta, magari letto come scortesia, quando dietro quel gesto possono esserci molte spiegazioni diverse: la stanchezza, un'esperienza andata storta, la fatica di quel contesto, o qualcosa che fa male.

Per questo, quando qualcosa non ci torna, vale la pena insistere. Se conosciamo il nostro Cane e lo vediamo incoerente con sé stesso, quella sensazione merita di essere presa sul serio, anche quando il primo a cui lo chiediamo ci dice che va tutto bene.

Nelle Classi può succedere di vedere lo stesso Cane cambiare passo nel giro di poche settimane o magari può volerci più tempo. Non diventa un altro: smette di portarsi addosso qualcosa. E allora capiamo che quel carattere che gli avevamo attribuito era, almeno in parte, un peso che stava reggendo.

Guardarli senza etichetta costa più fatica. Significa restare nel dubbio, rimandare il giudizio, tornare a osservare una seconda e una terza volta. Ma è l'unico modo per lasciargli la possibilità di essere, domani, diverso da com'è oggi. Lasciargli la possibilità di essere se stesso con il giusto bagaglio di esperienze

Questi sono alcuni dei nostri Cani delle classi di maggio.
Quello che vedi in parte è come stavano quel giorno.
Chi sono, potrebbe ancora essere un'altra cosa.

A chi torni.C’è un momento, in classe, che si ripete.Il Cane si avvicina, si fa annusare, prova. A volte incassa un no. ...
21/07/2026

A chi torni.

C’è un momento, in classe, che si ripete.
Il Cane si avvicina, si fa annusare, prova. A volte incassa un no. A volte cambia idea a metà strada.
E poi, in mezzo a tutto quel movimento, si volta.

Torna.

Non facciamo sempre qualcosa di speciale. A volte gli allarghiamo solo lo spazio, e restiamo lì. Lui si ricarica un attimo, e riparte — un po’ più leggero.

Guardandoli in questi mesi, una cosa continua a tornare anche a noi: il legame non è il saluto perfetto, non è fare tutto giusto. È avere un punto verso cui tornare.

Quel punto, per loro, spesso siamo noi.

E va bene anche quando non fila tutto liscio: si cambia a ondate, non in linea retta. Un passo indietro non cancella la strada fatta.

Queste sono alcune delle nostre “storie” più belle di maggio.
Quelle ‘storie’ infinite che continuano a cercarsi.
Guardale: magari, in mezzo, ti ci puoi ritrovare.

Poi, a un certo punto, è successo qualcosa che non era in programma.Avevamo smesso di guardare attraverso l’obiettivo e ...
10/07/2026

Poi, a un certo punto, è successo qualcosa che non era in programma.

Avevamo smesso di guardare attraverso l’obiettivo e ci eravamo semplicemente seduti sull’erba.

Norberto si è avvicinato.
Poi è arrivato anche Mirtilla.

Per qualche minuto non c’era più nulla da organizzare, raccontare o fotografare.

Solo un momento da vivere.

A volte sono loro a fare il primo passo.
Un avvicinamento, uno sguardo, una presenza discreta.
Un invito silenzioso a fermarsi.

Sta a noi scegliere se continuare a correre o accettare quella proposta.

I cani hanno questa straordinaria capacità di riportarci al qui e ora. Attraverso uno sguardo, un movimento, una presenza, ci invitano a rallentare e ad accorgerci di ciò che, mentre siamo impegnati a fare, rischiamo di non vedere.

Forse è anche questo uno degli insegnamenti più preziosi che ci regalano ogni giorno.

Perché, prima di fare, raccontare o spiegare, c’è sempre una relazione da vivere.

E, a volte, è proprio attraverso quella relazione con loro che ritroviamo anche quella con noi stessi.

Questo fuori programma è successo ieri, mentre a Cani Per Caso si teneva una giornata di formazione dedicata agli Interventi Assistiti con gli Animali, condotta da Veruska Negri e Eleonora Bertellini

Una giornata fatta di studio, confronto e osservazione.

Tra una fotografia e un video, c’era il desiderio di raccontare uno scorcio di ciò che stava accadendo.

Grazie a chi ha partecipato: per l’attenzione, per le domande, per la disponibilità a mettersi in gioco. Sono queste le cose che rendono una giornata di formazione qualcosa di più di un programma da seguire.

Vi abbiamo raccontato di Maciste, di come si è fermato sulla soglia di quel carcere e, senza fare nulla, ha cambiato l'a...
04/07/2026

Vi abbiamo raccontato di Maciste, di come si è fermato sulla soglia di quel carcere e, senza fare nulla, ha cambiato l'aria di una stanza intera.

Quella non è stata una magia capitata per caso. È una delle cose che i Cani sanno fare, ogni volta che entrano da qualche parte.

Perché un Cane non entra in una stanza per convincere nessuno. Non prepara un discorso, non insegue un risultato. Arriva, e sta lì — presente, vivo, sé stesso fino in fondo. E a volte tanto basta perché qualcosa, nell'aria, si sciolga.

Un Cane non sostituisce una cura. Non cancella una diagnosi, non prende il posto di una terapia. Ma cura a modo suo — quello che la medicina da sola non raggiunge. Abbassa la tensione, allenta la paura, riporta un po' di respiro dove il corpo si era irrigidito.

C'è stato un bambino uscito da una medicazione tra le lacrime, il piede fasciato, ancora scosso dal pianto. Ha visto il Cane e si è bloccato. Il Cane si è messo ai suoi piedi, e gli è stata appoggiata una manina sul petto, a sentire il respiro — lento, calmo. E il respiro del bambino, piano piano, ha seguito quello.

C'è stata una persona in hospice, sedata, di cui non si sapeva se percepisse ancora qualcosa. Le è stato fatto accarezzare il pelo del Cane, e da un respiro affaticato il corpo si è sciolto, il battito è cambiato. La famiglia è tornata a ringraziare, dopo: pensavano non sentisse più nulla. Invece qualcosa era arrivato.

Ci sono bambini che vanno incontro alla terapia con un altro passo, perché sanno che dopo, ad aspettarli, c'è un Cane. E ci sono reparti in cui, quando arriviamo, qualcuno ci dice: "avete portato il sole." Non siamo noi a dirlo. Sono loro.

E la cosa che più profondamente emoziona è che nessuno glielo ha insegnato: è innato. Lo stesso Cane che nel bosco tira al guinzaglio e corre con un adolescente, accanto a un ragazzo con lo spettro autistico rallenta e cammina al suo passo. Senza un comando, senza un cenno. Legge chi ha davanti, e vi si accorda.

Noi, che di parole ne abbiamo tante, quante volte ci riusciamo davvero?

Forse è questo che il Cane fa, in molti casi: apre prima, scioglie prima, avvicina prima. Non perché faccia qualcosa di straordinario. Ma proprio perché non prova nemmeno a farlo — e resta, semplicemente, sé stesso.

26/06/2026

Non tutti i cani sanno giocare.

Sembra una cosa strana da dire. Il gioco ci appare istintivo, spontaneo — una rincorsa nel bosco, un inchino, un invito.

Durante l’analisi alle classi abbiamo affrontato il tema: la dimensione ludica si allena. O non si allena. Un cane che da giovane potrebbe non aver avuto l’occasione di fare esperienza di gioco — con i compagni giusti, nei contesti giusti — potrebbe portarsi quella lacuna per tutta la vita. Perché la mente tende ad essere più plastica da piccoli, e quello che in certi casi non viene allenato in quella finestra potrebbe essere difficile da recuperare dopo.

Lo alleno, lo sviluppo. Ma un talento lo coltivi — non lo crei dal niente. Quello che invece si può costruire, sempre, è l’esperienza. E con l’esperienza arrivano le strategie, i modi di stare nel gioco anche quando il gioco non viene naturale.

Molti di noi ci restano male quando il proprio cane non gioca. Si chiedono se c’è qualcosa che non va.

A volte potrebbe esserci una finestra che si è chiusa prima del tempo. A volte è semplicemente che quel cane ha un modo diverso di stare sereno. La gioia e il gioco non vanno per forza insieme.

Non è un problema. È un carattere.

E poi c’è un’altra cosa — forse ancora più interessante. Ci sono cani che sanno giocare, e amano giocare, ma in certi contesti scelgono di non farlo. Perché non conoscono abbastanza l’altro. Perché giocare — rincorrersi, spingersi, lottare — richiede una certa fiducia, e quella fiducia si costruisce con la conoscenza reciproca.

Pensaci: anche tra noi, scherzare richiede quella stessa fiducia. Se conosco bene una persona, so quando sta scherzando e fin dove può spingersi. Se invece non la conosco, il rischio di fraintendere è alto — e molti preferiscono evitare, non perché siano chiusi, ma perché quel confine è difficile da leggere.

Con i cani potrebbe funzionare in modo non troppo diverso. Alcuni entrano nel gioco anche con chi non conoscono, con disinvoltura. Altri preferiscono aspettare — giocare solo quando c’è abbastanza fiducia da sapere come andrà a finire.

Ne parleremo anche prossimamente. Stay Tuned

Indirizzo

Via Pietro Berna, 3 Mestre/Venezia
Marghera
30174

Orario di apertura

Lunedì 08:00 - 18:00
Martedì 08:00 - 18:00
Mercoledì 08:00 - 18:00
Giovedì 08:00 - 18:00
Venerdì 08:00 - 18:00

Telefono

+393483223554

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